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venerdì 30 aprile 2021

PreMorte - NDE bear death experience

Cosa significa tornare alla vita dopo la “premorte”: parla il cardiologo che studia la “quasi morte”

CLAUDIO GALLO

Intervista all’olandese Pim van Lomme

Dalla morte non si ritorna ma dalla “premorte” in alcuni casi sembrerebbe di sì e il percorso a ritroso verso questo mondo cambia per sempre il viaggiatore che diventa più empatico e fiducioso nel senso ultimo della vita. Questo è almeno ciò che pensa Pim van Lommel, cardiologo olandese, che ha dedicato la vita a studiare i fenomeni di Nde (Near Death Experience), esperienza di prossimità con la morte possibili specialmente negli stati di coma temporaneo o di arresto cardiaco. Nel suo libro “La coscienza oltre la vita” (Edizioni Amrita) fa una rassegna delle varie tipologie di Nde che spesso consistono in una sensazione rinfrancante di passaggio attraverso un tunnel, in direzione di una luce, altre volte sembrano permettere di osservarsi fuori da se stessi come in un sogno. Van Lommel, insieme con alcuni colleghi, ha pubblicato su questi eventi un pionieristico e controverso studio su “Lancet” nel 2001. L’interpretazione delle esperienze al confine con l’al di là ha portato il medico olandese a formulare una concezione della realtà che attraverso vari richiami alla fisica quantistica ipotizza l’esistenza di una coscienza onnipervadente al di là dello spazio e del tempo che sorregge le nostre coscienze individuali. Van Lommel non usa toni da predicatore e ammette candidamente che la sua visione del mondo è un’ipotesi suggestiva ma indimostrata. La maggioranza dei neuroscienziati, che considera invece la coscienza come un prodotto del cervello, non giudica le sue spiegazioni scientifiche e spiega le esperienze Nde come una residua attività cerebrale non misurabile con l’elettroencefalogramma. Insomma, per la scienza attuale non c’è nessun fantasma dentro la macchina, la macchina siamo noi e basta. Il dottor Van Lommel spiegherà la sua visione del mondo in una conferenza oggi (domenica 26 marzo) alle 20:30 alla Gam, Corso Galileo Ferraris 30 a Torino.

Dottor Van Lommel, come avviene una Nde e quanto è frequente?

«Un’esperienza di premorte (o NDE, “Near Death Experience”) può essere definita come il ricordo di una serie di impressioni vissute durante uno speciale stato di coscienza, fra le quali si trovano diversi elementi “universalmente presenti”, come un’esperienza fuori dal corpo, sensazioni piacevoli, la visione del tunnel, della luce, dei propri cari defunti, il passare in rivista la propria vita, e il ritorno cosciente nel corpo. Tra le circostanze di una NDE abbiamo l’arresto cardiaco (morte clinica), uno shock a seguito di emorragia, la conseguenza di un colpo apoplettico, un quasi affogamento (un caso più frequente nei bambini!) o asfissia, ma anche malattie gravi dove la minaccia di morte non è immediata, o addirittura durante episodi di depressione, isolamento o meditazione, e persino senza una ragione evidente. Come a dire che non c’è sempre bisogno, a quanto pare, di avere un cervello fuori uso per vivere e poi raccontare una NDE.

 La NDE è sempre un’esperienza trasformativa, in quanto causa cambiamenti profondi nel modo di cogliere la vita, elimina la paura della morte e rafforza la sensibilità intuitiva. Le NDE sono oggi sempre più frequenti: i malati che sopravvivono, infatti, sono più numerosi grazie alle moderne tecniche di rianimazione e al miglioramento delle cure per chi subisce un trauma cerebrale». 

Che cosa si “vede” durante una NDE?

«Secondo uno studio olandese a cui ho partecipato insieme ad altri colleghi e che è apparso su Lancet nel 2001, la metà dei pazienti che aveva avuto una NDE dissero di essere stati consapevoli di essere morti, e riferirono emozioni positive; il 30% disse di aver vissuto l’esperienza del tunnel, osservato un paesaggio celestiale o incontrato persone decedute; all’incirca un quarto disse di aver avuto un’esperienza fuori dal corpo, di aver comunicato con “la luce”, e descrisse percezioni di colori; il 13 % aveva passato in rassegna la propria vita e l’ 8 % aveva percepito la presenza di un confine».

La scienza ufficiale ipotizza che gli stati di Nde siano semplicemente alterazioni cerebrali, perché lei è scettico?

«Immagino che per “scienza ufficiale” lei intenda il paradigma materialistico ancora largamente accettato. In passato sono state formulate diverse teorie per spiegare le NDE, ma il nostro studio ha evidenziato che non vi sono fattori psicologici, farmacologici o fisiologici capaci di causare queste esperienze durante un arresto cardiaco. Se una pura spiegazione fisiologica fosse valida, come la mancanza di ossigeno nel cervello, la maggior parte dei pazienti che avevano avuto una morte clinica avrebbero dovuto riferire una NDE, dal momento che tutti i pazienti coinvolti nel nostro studio avevano perso conoscenza proprio per mancanza di ossigeno nel cervello conseguente a un arresto cardiaco. Invece solo il 18% riferì di aver avuto una NDE, ed è tuttora un gran mistero perché mai solo il 18% abbia riferito di una NDE dopo un arresto cardiaco. Sembra corretto concludere che allo stato attuale delle nostre conoscenze non ci è permesso ridurre la coscienza ad attività e processi cerebrali: la lacuna in materia di spiegazioni fra il cervello e la coscienza non è mai stata superata perché un certo stato neuronale non è la stessa cosa di un certo stato di coscienza. La coscienza non è visibile, né tangibile, né percepibile, né misurabile, né verificabile, né falsificabile: non siamo in grado di oggettivare l’essenza soggettiva della nostra coscienza».

Esistono riscontri oggettivi ai racconti dei pazienti che dicono di essersi visti dall’esterno mentre erano in coma durante un’operazione?

«Nelle OBE (“Out of Body Experiences”, o esperienze extracorporeee) le persone riportano percezioni veridiche che avvengono da un punto al di fuori e al di sopra del loro corpo senza vita. Chi ha vissuto una NDE ha l’impressione di essersi liberato del corpo come di un vecchio cappotto, ed è sorpreso di avere ancora un’identità con la possibilità di provare percezioni, emozioni, ed una coscienza particolarmente lucida. Questa esperienza fuori dal corpo è particolarmente importante dal punto di vista scientifico perché i medici, gli infermieri e i parenti possono verificare le percezioni che vengono riportate, e anche confermare il momento preciso in cui è avvenuta la NDE con la OBE durante il periodo di rianimazione cardio polmonare. In una recente rassegna di 93 testimonianze di percezioni OBE potenzialmente verificabili e avvenute durante le NDE, si è scoperto che circa il 90% delle OBE riportate erano accuratissime: la verifica ha comprovato che tutte le percezioni avvenute durante il coma, l’arresto cardiaco o un’anestesia generale riferivano dettagli davvero accaduti; l’8 % delle testimonianze conteneva solo piccoli errori e il 2 % era del tutto errato».

Un esempio?

«Questo è quello che scrive un’infermiera di un reparto di cardiologia intensiva: 

«Durante il turno di notte l’ambulanza porta nel mio reparto un uomo di 44 anni, cianotico e in stato comatoso: lo avevano trovato in coma in un prato una mezz’ora prima. Stiamo per intubarlo quando ci accorgiamo che ha la dentiera. Gli togliamo la dentiera superiore e la mettiamo sul carrello di emergenza. Ci vuole un’altra ora e mezza perché il paziente ritrovi un ritmo cardiaco e una pressione sanguigna sufficienti, ma è ancora intubato e ventilato, e sempre in coma. Lo trasferiamo in terapia intensiva per continuare la necessaria respirazione artificiale. Il paziente esce dal coma una settimana dopo e me lo vedo tornare nel reparto cardiologia. Appena mi vede, dice: «Ah, questa è l’infermiera che sa dov’è finita la mia dentiera». Sono davvero molto sorpresa, ma il paziente spiega: «Lei era presente quando mi hanno portato in ospedale, mi ha tolto la dentiera dalla bocca e l’ha messa nel cassetto scorrevole sotto il ripiano del carrello, carico boccettini».

Nel caso di malattie come l’Alzheimer che cancellano la personalità, dove finirebbe la coscienza? 

«La coscienza è non-locale, il che significa che è ovunque, sempre, tanto intorno a noi quanto dentro di noi, e il cervello solo funge da interfaccia, ricevendo, quando siamo in stato di veglia, parti di questa coscienza potenziata e parti dei nostri ricordi. Mi spiego con un’immagine: le immagini e la musica che vediamo o udiamo aprendo la TV vengono trasmesse all’apparecchio televisivo, e se danneggiassimo alcune sue componenti probabilmente avremmo una distorsione di immagine e suono, o magari li perderemmo del tutto, il che non vorrebbe dire che quel programma sia un prodotto del nostro apparecchio. Tant’è vero che un altro apparecchio potrebbe ancora riceverlo. Questo è paragonabile alla funzione cerebrale: il danno o l’interruzione avvenuti in certe aree specifiche del cervello possono produrre cambiamenti di coscienza (Alzheimer, demenza) o la perdita di essa (coma), ma ciò non prova che la coscienza sia un prodotto della funzione cerebrale.

Nei pazienti con Alzheimer quello che è danneggiato è lo strumento, l’interfaccia, ossia il cervello, con il risultato che la coscienza di veglia è disturbata o assente, tuttavia la nostra coscienza potenziata, non-locale, è sempre presente, in quanto non è localizzata né nel cervello né nel corpo. Qui è interessante menzionare la cosiddetta “lucidità in fase terminale”, quando, poco prima della morte, pazienti che hanno sofferto di Alzheimer per anni e non riconoscono più neppure i loro cari e i loro figli, possono avere uno sprazzo di lucidità in cui tornano a riconoscere il partner e i figli e li chiamano per nome, li ringraziano e poi muoiono. La lucidità terminale può manifestarsi anche in pazienti non più responsivi o in coma da giorni. Sono esperienze che non trovano spiegazione nelle teorie mediche correnti, perché il cervello di pazienti del genere dev’essere gravemente danneggiato; la lucidità terminale può invece essere ben compresa alla luce della non-località della coscienza. La lucidità terminale è ben nota a chi lavora negli hospice e nelle cure palliative».

La sua teoria ha influenzato la sua posizione sull’eutanasia?

«Le ricerche sulle NDE vertono sulla possibilità di esperire stati di coscienza potenziati durante un arresto cardiaco, il coma o un’anestesia generale. Certamente se ci fosse una maggiore conoscenza dei risultati di queste ricerche e della possibilità che la coscienza continui dopo la morte, l’impatto sulla medicina sarebbe significativo in quanto ispirerebbe una diversa visione di come occorra trattare i pazienti in coma o terminali. Certamente farebbe la differenza rispetto alle procedure di accanimento terapeutico all’inizio o alla fine della vita, all’eutanasia, o all’espianto di organi a cuore battente, quando il corpo è ancora caldo ma è stata diagnosticata la morte cerebrale. Le ricerche sulle NDE non sono solo rilevanti per i professionisti della salute, lo sono anche per i pazienti vicini alla morte e i loro cari. Dovrebbero essere tutti consapevoli delle straordinarie esperienze coscienti che possono avvenire durante la morte clinica o il coma, intorno al capezzale di un morente (esperienze di fine vita), o persino dopo la morte (comunicazione post mortem). Quindi approfondire la conoscenza della non-località della coscienza può cambiare il nostro punto di vista circa l’impatto dell’eutanasia sulla nostra coscienza, e anche la nostra concezione della morte e del morire».

martedì 31 marzo 2020

padre Armando CARPENEDO - morte

MEDITAZIONE DEL 31 MARZO 2020

Il vangelo che ci accompagna in questa settimana è quello di Giovanni: un vangelo ricco di lunghi discorsi di Gesù e di intensi episodi. I testi che incontreremo sono per lo più discorsi che illuminano il cammino all’interno del vangelo di Giovanni, discorsi che possono risultare complessi e pesanti se usati come testi di preghiera. Dobbiamo però ricordare che le letture della messa che ascoltiamo ogni giorno sono testi selezionati. Le letture sono scelte spesso secondo una certa sintonia tra loro per indicarci un cammino: le letture nel loro insieme possono guidare la nostra preghiera.
Il cammino di quaresima che stiamo vivendo durante la quinta settimana ancor di più fa sì che le letture giornaliere si richiamino e trovano una loro sintesi nella Colletta, ovvero la preghiera propria della messa del giorno, che il sacerdote prega prima dell’inizio delle letture.

Perciò questa settimana possiamo pregare centrandoci sul vangelo ma facendoci aiutare dal contesto liturgico che ci suggerisce la Chiesa in questo tempo così ricco.
La colletta di oggi chiede:
“Il tuo aiuto, Dio onnipotente, ci renda perseveranti nel tuo servizio, perché anche nel nostro tempo la tua Chiesa si accresca di nuovi membri e si rinnovi sempre nello spirito”.
Chiede il dono della perseveranza nel servizio a Dio. La perseveranza quindi è la chiave per intendere le letture, e la colletta aggiunge: “anche nel nostro tempo”. Quel “anche” sottolinea un tempo avverso, non favorevole alla perseveranza, ovvero un tempo dove la fiducia viene meno.
Nel vangelo, Gv 8,21-30, il dialogo tra Gesù e i farisei è fatto di equivoci basati proprio nel non fidarsi.
Gesù sta dicendo che è mortale, che “se ne va”. La prima diffidenza che genera in chi prega questo testo, nasce dal fatto che il Figlio di Dio muore veramente! Capiamo subito che la nostra fiducia viene meno: come fidarmi di un dio che sa già di morire? La morte, come ogni malattia, ci spaventa tantissimo! Ecco perché ci dice: “morirete dei vostri peccati”. Il peccato è non ascoltare il Signore della Vita e dare ascolto solo alle nostre paure. Il peccato è il rifiuto di sentire che la buona Notizia non scarta la morte! La liturgia sa bene che noi temiamo la morte, ecco perché ci chiede di perseverare nel servizio a Dio, e servire Dio fondamentalmente significa seguire Cristo verso la croce Sua e nostra.

L’altro equivoco nasce dal fatto che Gesù dice: “quando avrete (voi) innalzato…”, quando afferma che non muore ma è ucciso! È il secondo grande ostacolo che ci può far cadere nel nostro perseverare: non solo moriamo, ma moriamo feriti, ammalati, soli, traditi, uccisi. Il peccato del mondo, il nostro peccato, non fa distinzione di vittima! Tante volte sentiamo gente scandalizzata dalla chiesa, dai familiari, dagli amici, dalla sanità ecc. perché hanno – abbiamo fatto cose gravissime! Cadere nel vittimismo ci lascia come il popolo di Israele nella prima lettura: “Perché ci avete fatto…per farci morire…”. Il vittimismo toglie fiducia: simbolicamente è rappresentato dal veleno dei serpenti (Nm 21,4-9 prima lettura), dal peccato che uccide (vangelo), è ciò che ci proibisce di vedere il volto del Signore nel giorno dell’angoscia (salmo).

Pensare a Gesù che viene ucciso può ricordarci chi ci ha fatto del male e ci ricorda coloro che abbiamo ferito. La colletta ci fa chiedere che “anche in questo tempo” in cui ci sentiamo deboli e feriti, in rischio, possiamo rinnovare il nostro spirito: possiamo trovare la riconciliazione con Dio e quindi con le donne e gli uomini che incontriamo.
La sequenza degli equivoci è importante in Giovanni: Gesù dice di essere mortale, dice che è ucciso, ma dice anche che è innalzato: dagli uomini e dal Padre.
Sant’Ignazio di Loyola non temeva nello scrivere che Dio si nasconde nella Passione del Figlio: un mistero grande perché in quell’essere innalzato c’è tutto l’amore tra il Figlio e il Padre e tra il Padre e il Figlio, ma anche tutto il nostro peccato.
Gesù non subisce e basta! Ha evitato la morte più volte, ma c’è nel vivere pienamente una parte di male che non possiamo evitare; il Suo essere elevato è possibile perché il male subito non diviene pretesto per non fidarsi più, per non rinnovare lo spirito, per non riconciliarsi! Egli si consegna al volere del Padre, anche se avviene attraverso molte azioni malvagie.

Gesù invita anche noi a non peccare! La colletta dice: “…ci renda perseveranti nel tuo servizio”. È proprio il messaggio che ci dà l’Acqua viva, il Signore: “…faccio sempre le cose che gli sono gradite”. Quel “sempre” vale “anche” oggi dove la fiducia è messa alla prova!
L’Innalzarsi del Cristo nella nostra quaresima ci deve permettere di chiederci: dove il male che ho subito mi sta fermando nel servizio? Dove il peccato di non ascoltare – non fidarmi blocca la possibilità di riconciliarmi (di essere elevato)? Dove il mio affermarmi non mi permette di ascoltare il “Io sono” di Gesù?

lunedì 24 febbraio 2020

La Buona Vita


LA BUONA VITA



Anche io un giorno sarò disteso su di un lenzuolo bianco in ospedale dove ci saranno persone che nascono, che guariscono e che muoiono, oppure a casa sul mio letto circondato dai miei cari.

Ad un certo punto il mio cuore si fermerà, dopo una vita sempre di corsa sarà stanco e avrà voglia di riposare.

In quel momento il medico dichiarerà che il mio cuore ha smesso di funzionare, e che la mia vita è terminata, anche il mio cervello a quel punto si riposerà.

Quello però non sarà il mio letto di morte, non collegatemi a delle macchine per fare in modo che il mio corpo rimanga in vita, una vita artificiale. Non create in me un accanimento terapeutico ma lasciate che il mio corpo riposi.

Il mio sarà un letto di vita, perché da questa mia morte altre vite possano continuare a vivere.

Prendete quello che di me possa essere utile ad altre persone per vivere una vita migliore.

Donate i miei occhi a una persona perché possa vedere le bellezze del creato che io ho visto, la natura rigogliosa e lo sbocciare di un fiore. Donateli a chi non ha mai visto il sorgere del sole o la luna che illumina le notti. Che possano ancora guardare l’Amore negli occhi di una donna e la nascita del loro figlio.

Date il mio cuore a chi cuore più non ha per sperare in una nuova vita. Datelo a chi a vissuto giorni di sofferenza a causa della sua debolezza. Datelo a chi, anche senza saperlo, potrebbe non svegliarsi più.

Date il mio fegato a chi non ha più la forza e il coraggio di continuare a vivere.

Date i miei reni a chi tutti i giorni della sua vita deve essere collegato a una macchina per sopravvivere.

Prendete ogni parte del mio corpo, ossa, muscoli, fibre e nervi per fare in modo che un persona paralizzata possa tornare a camminare.

Prendete il mio sangue e continuate a fare quello che io ora non posso più fare, donarlo agli altri. Donatelo a quel ragazzo perché possa diventare anziano e giocare con i suoi nipoti.

Prendete le mie cellule, studiatele e usatele affinché un giorno possano servire a quel bambino privo della parola perché un giorno possa tornare a gridare alla vita felice di sentire la sua voce, e a quella bambina che è priva d’udito, perché possa tornare a sentire il vento che soffia tra le foglie.

E con quello che resta di me fate in modo che possa produrre nuova vita.
Mettete le mie povere spoglie in una cassa di legno, adagiate il mio corpo su un materasso di terriccio e riempitela di trucioli, paglia ed erbe profumate. Alzate la temperatura a 70°C per facilitare la decomposizione.
Con quello che rimarrà concimate le radici di un piccolo Cedro del Libano perché possa crescere forte e rigoglioso.

Ho tante cose da farmi perdonare, i miei difetti, le mie debolezze, i miei peccati, le volte che ho avuto pregiudizi contro i miei fratelli. Seppellite queste cose.

Se vorrete ricordarvi di me, fatelo con delle buone azioni, con la compassione verso il prossimo, con l’amore verso ogni creatura.

La Vita è unica, La Vita Bella, La Vita è Rara.




Roberto Rovelli, il mio testamento biologico (Living Will).