martedì 7 aprile 2020

Discorso di Sergio Mattarella in tempo di coronavirus 2020 - 27-03-2020

Sergio Mattarella sprona l’Europa all’azione





Mi permetto nuovamente, care concittadine e cari concittadini, di rivolgermi a voi, nel corso di questa difficile emergenza, per condividere alcune riflessioni. Ne avverto il dovere.
La prima si traduce in un pensiero rivolto alle persone che hanno perso la vita a causa di questa epidemia; e ai loro familiari.
Il dolore del distacco è stato ingigantito dalla sofferenza di non poter essere loro vicini e dalla tristezza dell’impossibilità di celebrare, come dovuto, il commiato dalle comunità di cui erano parte. Comunità che sono duramente impoverite dalla loro scomparsa.
Stiamo vivendo una pagina triste della nostra storia. Abbiamo visto immagini che sarà impossibile dimenticare. Alcuni territori – e in particolare la generazione più anziana – stanno pagando un prezzo altissimo.
Ho parlato, in questi giorni, con tanti amministratori e ho rappresentato loro la vicinanza e la solidarietà di tutti gli italiani.
Desidero anche esprimere rinnovata riconoscenza nei confronti di chi, per tutti noi, sta fronteggiando la malattia con instancabile abnegazione: i medici, gli infermieri, l’intero personale sanitario, cui occorre, in ogni modo, assicurare tutto il materiale necessario. Numerosi sono rimasti vittime del loro impegno generoso.
Insieme a loro ringrazio i farmacisti, gli agenti delle Forze dell’ordine, nazionali e locali, coloro che mantengono in funzione le linee alimentari, i servizi e le attività essenziali, coloro che trasportano i prodotti necessari, le Forze Armate.
A tutti loro va la riconoscenza della Repubblica, così come va agli scienziati, ai ricercatori che lavorano per trovare terapie e vaccini contro il virus, ai tanti volontari impegnati per alleviare le difficoltà delle persone più fragili, alla Protezione Civile che lavora senza soste e al Commissario nominato dal Governo, alle imprese che hanno riconvertito la loro produzione in beni necessari per l’emergenza, agli insegnanti che mantengono il dialogo con i loro studenti, a coloro che stanno assistendo i nostri connazionali all’estero. A quanti, in ogni modo e in ogni ruolo, sono impegnati su questo fronte giorno per giorno.
La risposta così pronta e numerosa di medici disponibili a recarsi negli ospedali più sotto pressione, dopo la richiesta della Protezione Civile, è un ennesimo segno della generosa solidarietà che sta attraversando l’Italia.
Vorrei inoltre ringraziare tutti voi. I sacrifici di comportamento che le misure indicate dal Governo richiedono a tutti sono accettati con grande senso civico, dimostrato in amplissima misura dalla cittadinanza.
Da alcuni giorni vi sono segnali di un rallentamento nella crescita di nuovi contagi rispetto alle settimane precedenti: non è un dato che possa rallegrarci, si tratta pur sempre di tanti nuovi malati e soprattutto perché accompagnato da tanti nuovi morti. Anche quest’oggi vi è un numero dolorosamente elevato di nuovi morti. Però quel fenomeno fa pensare che le misure di comportamento adottate stanno producendo effetti positivi e, quindi, rafforza la necessità di continuare a osservarle scrupolosamente finché sarà necessario.
Il senso di responsabilità dei cittadini è la risorsa più importante su cui può contare uno stato democratico in momenti come quello che stiamo vivendo.
La risposta collettiva che il popolo italiano sta dando all’emergenza è oggetto di ammirazione anche all’estero, come ho potuto constatare nei tanti colloqui telefonici con Capi di Stato stranieri.
Anche di questo avverto il dovere di rendervi conto: molti Capi di Stato, d’Europa e non soltanto, hanno espresso la loro vicinanza all’Italia. Da diversi dei loro Stati sono giunti sostegni concreti. Tutti mi hanno detto che i loro Paesi hanno preso decisioni seguendo le scelte fatte in Italia in questa emergenza.
Nell’Unione Europea la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo.
Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali. Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni.
Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa. La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse.
Nel nostro Paese, come ho ricordato, sono state prese misure molto rigorose ma indispensabili, con norme di legge – sia all’inizio che dopo la fase di necessario continuo aggiornamento – norme, quindi, sottoposte all’approvazione del Parlamento.
Sono stati approntati – e sono in corso di esame parlamentare – provvedimenti di sostegno per i tanti settori della vita sociale ed economica colpiti. Altri provvedimenti sono preannunciati.
Conosco – e comprendo bene – la profonda preoccupazione che molte persone provano per l’incertezza sul futuro del proprio lavoro. Dobbiamo compiere ogni sforzo perché nessuno sia lasciato indietro.
Ho auspicato – e continuo a farlo – che queste risposte possano essere il frutto di un impegno comune, fra tutti: soggetti politici, di maggioranza e di opposizione, soggetti sociali, governi dei territori.
Unità e coesione sociale sono indispensabili in questa condizione.
Un’ultima considerazione: mentre provvediamo ad applicare, con tempestività ed efficacia, gli strumenti contro le difficoltà economiche, dobbiamo iniziare a pensare al dopo emergenza: alle iniziative e alle modalità per rilanciare, gradualmente, ma con determinazione la nostra vita sociale e la nostra economia.
Nella ricostruzione il nostro popolo ha sempre saputo esprimere il meglio di sé.
Le prospettive del futuro sono – ancora una volta – alla nostra portata.
Abbiamo altre volte superato periodi difficili e drammatici. Vi riusciremo certamente – insieme – anche questa volta.

Discorso di Andrew Cuomo (governatore dello stato di New York) in tempo di Coronavirus 2020

Discorso di Andrew Cuomo (governatore dello stato di New York)




"Nessun americano è immune al virus. 
Non importa che tu viva in Kansas, o in Texas. In un certo senso, New York è come un canarino nella miniera di carbone. 
Quello che sta accadendo qui, accadrà presto in tutto il Paese. 
Se c’è mai stato un momento per l’unità, questo, amici miei, è il momento. 
In questa situazione non esistono stati repubblicani o democratici, vittime rosse o blu. 
Ci sono solo il rosso, il bianco e il blu della nostra bandiera. 
Il virus non discrimina. 
Può attaccare chiunque.
Che cosa possiamo imparare su noi stessi? 
I momenti di crisi rivelano la nostra vera natura: forza, debolezza, bellezza, vulnerabilità.

Che cosa possiamo imparare su noi stessi? 
I momenti di crisi rivelano la nostra vera natura: forza, debolezza, bellezza, vulnerabilità."

NEW YORK è TOSTA , VINCEREMO QUESTO VIRUS


“Bisogna sconfiggere l’ansia, sconfiggere la paura, sconfiggere la paranoia.
Supereremo tutto questo perché noi siamo New York.
Perché ne abbiamo passate tante.
E perché noi siamo svegli.
Bisogna essere svegli per vivere a New York.
Perché siamo pieni di risorse e ne stiamo dando dimostrazione e poi perché siamo uniti. Quando si è uniti non c’è niente che non si possa fare.
Infine perché noi di New York abbiamo le ossa dure. Siamo gente tosta, dobbiamo esserlo.
Questa città ti fa diventare così, ma in senso buono.
Ce la faremo perché io amo New York.
E se la amo è perché New York ama voi. New York ama tutti voi.
Nero, bianchi, mediorientali, asiatici, bassi, alti, gay, etero.
New York ama tutti quanti.
Per questo amo New York. L’ha sempre fatto e sempre lo farà.
E alla fine dei conti, amici miei, anche se sarà una giornata lunga, e questa lo sarà decisamente, l’Amore vince sempre!
E vincerà di nuovo con questo virus.
In memoria dei nostri amici e dei nostri prossimi che ci hanno lasciato.
Siamo vicini con tutto il cuore a tutte le persone colpite da questo virus.”

Amore e speranza nelle parole di Andrew Cuomo



(In base all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), gli Stati Uniti sono attualmente il paese più colpito dall’emergenza coronavirus, con 215.000 casi positivi
La Casa Bianca prevede che moriranno tra le 100mila e le 250mila persone, nonostante le misure di contenimento attivate.
Secondo il New York Timeslo stato di New York è l’epicentro della malattia).

lunedì 6 aprile 2020

Discorso della Regina Elisabetta II in tempo di Coronavirus 2020 - 5 aprile 2020

Il discorso della Regina Elisabetta - 5 aprile 2020



“Sto parlando a voi in un momento che so essere sempre più difficile. 
Un momento di sconvolgimento nella vita del nostro paese, uno sconvolgimento che ha portato il lutto per alcuni, difficoltà finanziarie per altri, e enormi cambiamenti nella vita quotidiana di tutti noi.
Voglio ringraziare tutti coloro in prima linea al NHS, come gli operatori sanitari e coloro che stanno portando avanti ruoli essenziali, che adempiono altruisticamente ai loro compiti giorno per giorno fuori dalle loro case in supporto a tutti noi. 
Sono sicura che la nazione si unirà a me nell’assicurarvi che quello che fate è apprezzato e ogni ora del vostro duro lavoro ci porta sempre più vicini al ritorno a giorni più normali.

Voglio anche ringraziare chi di voi sta rimanendo a casa, aiutando così a proteggere i vulnerabili e evitare a molte famiglie il dolore che coloro che hanno perso i loro cari hanno già provato. 
Insieme stiamo affrontando questa malattia, e voglio rassicuravi sul fatto che se rimaniamo uniti e risoluti, allora la supereremo. 

Spero che negli anni a venire tutti siano in grado di essere orgogliosi di come hanno risposto a questa sfida. 
E coloro che verranno dopo di noi diranno che i cittadini britannici di questa generazione sono forti come tutte le altre. 
Che gli attributi di autodisciplina, di tranquilla e rilassata determinazione e di solidarietà ancora caratterizzano il Paese. 
L’orgoglio in chi siamo non è parte del nostro passato, ma definisce il nostro presente e il nostro futuro.

I momenti in cui il Regno Unito si è unito per applaudire i suoi operatori sanitari e lavoratori essenziali verrà ricordato come un’espressione del nostro spirito nazionale, e il suo simbolo sarà l’arcobaleno disegnato dai bambini.

In tutto il Commonwealth e nel mondo, avviamo visto storie commoventi di persone che si uniscono per aiutare gli altri, consegnando pacchi alimentari e medicine, assicurandosi che i vicini stiano bene, o convertendo i propri affari per prestare soccorso. 
E anche se l’isolamento può sembrare difficile a volte, molte persone di tutte le religioni, e di nessuna, stanno scoprendo che presenta un’opportunità per rallentare, fermarsi e riflettere, con preghiere o meditazione. 

Mi ricorda il primo vero discorso che ho fatto, nel 1940, aiutata da mia sorella. 
Noi, bambine, abbiamo parlato da qui a Windsor ai bambini che erano stati evacuati dalle loro case e mandati via per la loro sicurezza. 
Oggi, di nuovo, molti sentiranno un doloroso senso di separazione dalle persone care. Ma adesso, come una volta, sappiamo, infondo, che è la cosa giusta da fare. 

Abbiamo affrontato sfide in passato, ma questa è diversa. 
Questa volta ci uniamo a tutte le nazioni nel mondo in uno sforzo comune, usando il grande avanzamento della scienza e la nostra istintiva compassione per guarire. Ce la faremo, e il successo apparterrò ad ognuno di noi.

Dobbiamo abituarci al fatto che anche se avremo ancora molto da affrontare, torneranno giorni migliori: staremo di nuovo con i nostri amici, staremo di nuovo con le nostre famiglie, ci incontreremo di nuovo. 

Ma per adesso, mando i miei ringraziamenti e i miei auguri più sentiti e calorosi a tutti voi."

sabato 4 aprile 2020

Isolamento Sociale 2020 - COVID19


L ‘isolamento sociale è una bestia difficile da combattere.



Da quando ho iniziato a correre (dal 2008 circa) soprattutto nel mondo del Trail ma non solo, ho avuto il piacere di incontrare e fare amicizia con molte persone meravigliose e comunque, nella stragrande maggioranza dei casi, persone positive.
Nella mia vita sportiva, e penso anche nella vostra, le sfide che ci prefiggiamo di solito sono guidate dalla necessità di metterci alla prova, di superare le avversità che ci troviamo di fronte. 
La nostra forza mentale, l'autodisciplina, il saper soffrire, l'organizzazione e la condivisione sono le basi fondamentali per le sfide di resistenza; la nostra resilienza.
Questa fase della vita che stiamo vivendo non è diversa, richiede le stesse abilità per cui ti alleni abitualmente per superare le tue prove.

Le comunità in cui viviamo sono ben attrezzate per affrontare le avversità e queste dure prove, come quando dobbiamo deviare dal nostro solito percorso; ma noi dobbiamo fare la nostra parte.

La responsabilità che in questo momento dobbiamo avere verso noi stessi e verso gli altri è fondamentale, dobbiamo essere premurosi verso tutti, specialmente verso i più deboli. 
Non dobbiamo metterci in situazioni che possano richiedere l’uso di risorse preziose. 
Non dobbiamo consumare più del necessario. 
Dobbiamo distanziarsi fisicamente l'uno dall'altro.
Dobbiamo aiutare le persone più deboli.
Dobbiamo far sentire la nostra voce alle persone che ne hanno bisogno.
Dobbiamo avere Compassione per tutti.

 L'isolamento sociale è una bestia difficile da combattere.
Solo uniti possiamo uscire da questa difficile situazione.

Nelle prossime settimane, mesi o chissà per quanto tempo ci vorrà prima di risolvere questa situazione, per favore abbiate cura di voi stessi, dei vostri cari e delle comunità dove vivete.
Rimani a Casa, Forte e Sano.

martedì 31 marzo 2020

padre Armando CARPENEDO - morte

MEDITAZIONE DEL 31 MARZO 2020

Il vangelo che ci accompagna in questa settimana è quello di Giovanni: un vangelo ricco di lunghi discorsi di Gesù e di intensi episodi. I testi che incontreremo sono per lo più discorsi che illuminano il cammino all’interno del vangelo di Giovanni, discorsi che possono risultare complessi e pesanti se usati come testi di preghiera. Dobbiamo però ricordare che le letture della messa che ascoltiamo ogni giorno sono testi selezionati. Le letture sono scelte spesso secondo una certa sintonia tra loro per indicarci un cammino: le letture nel loro insieme possono guidare la nostra preghiera.
Il cammino di quaresima che stiamo vivendo durante la quinta settimana ancor di più fa sì che le letture giornaliere si richiamino e trovano una loro sintesi nella Colletta, ovvero la preghiera propria della messa del giorno, che il sacerdote prega prima dell’inizio delle letture.

Perciò questa settimana possiamo pregare centrandoci sul vangelo ma facendoci aiutare dal contesto liturgico che ci suggerisce la Chiesa in questo tempo così ricco.
La colletta di oggi chiede:
“Il tuo aiuto, Dio onnipotente, ci renda perseveranti nel tuo servizio, perché anche nel nostro tempo la tua Chiesa si accresca di nuovi membri e si rinnovi sempre nello spirito”.
Chiede il dono della perseveranza nel servizio a Dio. La perseveranza quindi è la chiave per intendere le letture, e la colletta aggiunge: “anche nel nostro tempo”. Quel “anche” sottolinea un tempo avverso, non favorevole alla perseveranza, ovvero un tempo dove la fiducia viene meno.
Nel vangelo, Gv 8,21-30, il dialogo tra Gesù e i farisei è fatto di equivoci basati proprio nel non fidarsi.
Gesù sta dicendo che è mortale, che “se ne va”. La prima diffidenza che genera in chi prega questo testo, nasce dal fatto che il Figlio di Dio muore veramente! Capiamo subito che la nostra fiducia viene meno: come fidarmi di un dio che sa già di morire? La morte, come ogni malattia, ci spaventa tantissimo! Ecco perché ci dice: “morirete dei vostri peccati”. Il peccato è non ascoltare il Signore della Vita e dare ascolto solo alle nostre paure. Il peccato è il rifiuto di sentire che la buona Notizia non scarta la morte! La liturgia sa bene che noi temiamo la morte, ecco perché ci chiede di perseverare nel servizio a Dio, e servire Dio fondamentalmente significa seguire Cristo verso la croce Sua e nostra.

L’altro equivoco nasce dal fatto che Gesù dice: “quando avrete (voi) innalzato…”, quando afferma che non muore ma è ucciso! È il secondo grande ostacolo che ci può far cadere nel nostro perseverare: non solo moriamo, ma moriamo feriti, ammalati, soli, traditi, uccisi. Il peccato del mondo, il nostro peccato, non fa distinzione di vittima! Tante volte sentiamo gente scandalizzata dalla chiesa, dai familiari, dagli amici, dalla sanità ecc. perché hanno – abbiamo fatto cose gravissime! Cadere nel vittimismo ci lascia come il popolo di Israele nella prima lettura: “Perché ci avete fatto…per farci morire…”. Il vittimismo toglie fiducia: simbolicamente è rappresentato dal veleno dei serpenti (Nm 21,4-9 prima lettura), dal peccato che uccide (vangelo), è ciò che ci proibisce di vedere il volto del Signore nel giorno dell’angoscia (salmo).

Pensare a Gesù che viene ucciso può ricordarci chi ci ha fatto del male e ci ricorda coloro che abbiamo ferito. La colletta ci fa chiedere che “anche in questo tempo” in cui ci sentiamo deboli e feriti, in rischio, possiamo rinnovare il nostro spirito: possiamo trovare la riconciliazione con Dio e quindi con le donne e gli uomini che incontriamo.
La sequenza degli equivoci è importante in Giovanni: Gesù dice di essere mortale, dice che è ucciso, ma dice anche che è innalzato: dagli uomini e dal Padre.
Sant’Ignazio di Loyola non temeva nello scrivere che Dio si nasconde nella Passione del Figlio: un mistero grande perché in quell’essere innalzato c’è tutto l’amore tra il Figlio e il Padre e tra il Padre e il Figlio, ma anche tutto il nostro peccato.
Gesù non subisce e basta! Ha evitato la morte più volte, ma c’è nel vivere pienamente una parte di male che non possiamo evitare; il Suo essere elevato è possibile perché il male subito non diviene pretesto per non fidarsi più, per non rinnovare lo spirito, per non riconciliarsi! Egli si consegna al volere del Padre, anche se avviene attraverso molte azioni malvagie.

Gesù invita anche noi a non peccare! La colletta dice: “…ci renda perseveranti nel tuo servizio”. È proprio il messaggio che ci dà l’Acqua viva, il Signore: “…faccio sempre le cose che gli sono gradite”. Quel “sempre” vale “anche” oggi dove la fiducia è messa alla prova!
L’Innalzarsi del Cristo nella nostra quaresima ci deve permettere di chiederci: dove il male che ho subito mi sta fermando nel servizio? Dove il peccato di non ascoltare – non fidarmi blocca la possibilità di riconciliarmi (di essere elevato)? Dove il mio affermarmi non mi permette di ascoltare il “Io sono” di Gesù?

venerdì 27 marzo 2020

Discorso di Papa Francesco in tempo di coronavirus 2020 - venerdì 27-03-2020

Tenere a mente quello che conta davvero



«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).
Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.
La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.
Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni. È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.
Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.
Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7)

giovedì 26 marzo 2020

padre Armando CARPENEDO - vi conosco?

Ma vi conosco

Ma vi conosco: non avete in voi l’amore di Dio. Letteralmente il testo dice: ma vi conosco, l’amore di Dio non trattenete – verbo greco ècho – in voi stessi. Gesù conosce il cuore dell’uomo, lo conosce da dentro e si rivolge a quei cuori che sanno trattenere dentro di loro di tutto fuorché l’amore di Dio.
Il cuore umano può trattenere dentro di sé di tutto, ogni forma di delusione, prigionia, attaccamento, tradimento, presunzione, avidità, ferita, fallimento, paura, competizione, rancore, disprezzo, giudizio, vanagloria, orgoglio, vendetta, e questo è un mal trattenere, nel senso che è un trattenere il male, un trattenere dentro malamente ciò che è male. Questa è la malattia più terribile del cuore umano, origine stessa di ogni altra disarmonia e sofferenza. Gesù conosce questi cuori e questo processo di necrosi e morte e si offre come antidoto e liberazione, ma sa anche che questi cuori, per orgoglio e arrogante protervia, si lasceranno avvelenare e marcire senza chiedere cura e guarigione, dice infatti: Ma voi non volete venire a me per avere vita. Andare verso Gesù significa smettere, smettere con tutta la forza che abbiamo dentro e con tutta la forza che Dio ci dona, di trattenere il male dentro, il male che abbiamo fatto, il male che abbiamo ricevuto. Andare a Gesù e credere in lui è smettere, con determinazione assoluta e grande disciplina, di possedere in noi pensieri e dialoghi interiori protesi a trattenere qualsiasi male in qualsiasi sua forma. Per far entrare Gesù nel nostro cuore, è necessaria una pulizia del nostro orientamento mentale, abitualmente concentrato a trattenere dentro ciò che ci è già stato portato via dagli eventi della vita, senza ringraziare e benedire per tutto quello che rimane. Solo se noi puliamo così il nostro dialogo interiore, Gesù può iniziare a ridonare nuova vita, vita nuova e vera gioia ai suoi figli.
Tu ci conosci da dentro, Signore, e sai che non sempre ce la facciamo a non trattenere il male dentro di noi, non sempre siamo grati per tutto ciò che abbiamo e ci doni continuamente, ma sai anche che venire a te, rimanere in te e avere in noi il tuo amore è il nostro desiderio più grande.
BUONA MEDITAZIONE. PACE E BENE A TUTTI.