lunedì 11 novembre 2019

Dalai Lama - Gioia e felicità

La gioia e la felicità sono eventi mentali e, secondo la nostra esperienza quotidiana, la soddisfazione mentale è superiore al piacere fisico.  Abbiamo bisogno di sviluppo materiale, ma è un errore dipendere solo da cose materiali per trovare la felicità.  Dobbiamo anche essere sinceri.

Sono grato..
 Per la mia vita
 Per la mia fede
 Per la mia salute
 Per il mio passato
 Per gli amici che ho
 Per le lezioni che ho imparato
 Per i bei tempi e i cattivi
 Per la mia famiglia che mi circonda
 Per ognuna di queste cose mi hanno reso più forte e per ognuna di queste sono per sempre grato.

padre Armando CARPENEDO - perdono

Perdono

Lo scandalo più terribile che si possa causare sotto il cielo è fare in modo che i piccoli, i semplici della terra non possano più usare la fede per guardare la vita con gli occhi di Dio e vivere felici e in pace.
Il modo sicuro per impedire ai piccoli della terra di vivere con la forza e la luce della fede è costringerli alla miseria, prostrarli nell’indigenza, ferirli nell’anima e violentarli nella dignità così da far scatenare in loro il dubbio di essere prediletti e amati da Dio, fino al punto di spingerli a pensare male di Dio, accendendo inevitabilmente in loro la rabbia, l’ira e il desiderio di rivalsa, sfida e vendetta. E pensare male di Dio è il sistema più efficace per non poter più usare la forza e la luce della fede.
L’unico modo per i piccoli della terra di non perdere la fede e vivere la forza, la luce, l’intelligenza, la potenza incommensurabile della fede, è perdonare, perdonare sempre tutti coloro che, contro di loro, operano con determinazione e risolutezza per costringerli a pensare male di Dio, per incatenarli nella rabbia. Perdonare ogni male ricevuto è l’unico modo per i piccoli della terra per non pensare male di Dio e non perdere così la potenza della fede. Senza fede in se stesso, in Dio e nella vita un uomo è debole e miserabile.

sabato 9 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO - otri vuote (Cana) tempio pieno

C'è un tratto particolare della fede cristiana che la rende allo stesso tempo fedele all'eterno e fedele alla storia, che la rende libera verso i luoghi, ma affezionata ad essi. È vero che Dio si può adorare dappertutto, ma è altrettanto vero che se non ci sono luoghi precisi custoditi per il culto, e dove si esercita effettivamente il culto nello spirito e nel corpo, si finisce per adorare da nessuna parte. La pratica della fede ha bisogno di tempi, luoghi e riti, perché l'essere umano ha bisogno di queste cose. Per questo si capisce come mai Gesù, che convinto che bisogna «adorare Dio on spirito e verità», comunque non trascura la sacralità del luogo consacrato all'adorazione. Perché il vero spirituale passa per la carne, anche la pietà si poggia sulla pietra.
 (Gv 2,13-22)
Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori dal tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divorerà. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.

venerdì 8 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO - i figli di questo mondo

«I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce». Quanto è vero questo versetto! Ne abbiamo la prova in mille occasioni. Quando vedo, ad esempio, ciò che si fa per vendere un prodotto, magari di dubbia efficienza, suscitando speranze senza fondamento di soddisfazione e di contentezza, e penso a quanto siamo solitamente restii a dire, con lo stesso entusiasmo e la stessa gioia, la verità di quanto il Signore opera nella nostra vita. E quando penso a quanto siamo bravi a trovare la nostra strada nelle cose mondane, poi vedo quanto fatichiamo a trovare la genialità nelle vie dello Spirito. Abbiamo bisogno di essere ammaestrati nelle vie di Dio. Abbiamo bisogno della Spirito di intelligenza che illumini i nostri cuori per essere veramente «figli della Luce».
#pregolaParola
(Lc 16,1-8)
Leggi il Vangelo di oggi. Buona Riflessione.

giovedì 7 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO - la folla e il sicomoro

Come nell'episodio di Zaccheo, nella vita di ognuno ci sono cose, persone o abitudini che fanno da “folla”, ovvero da agenti che ostacolano la visione di Gesù. E ci sono poi alcune cose, persone, pratiche che fungono da sicomori. Questi richiedono da noi il discernimento per riconoscerli e il coraggio di “arrampicarci“, per così dire, ovvero di investire noi stessi. Anche se può essere costoso o difficile, ne vale la pena. Perché niente è più bello del sentire il Signore che dice: «Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua».
#pregolaParola
(Lc 19,1-10)

mercoledì 6 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO - offrirci a lui totalmente

Offrirci a lui totalmente
Com'è possibile che, malgrado tanti incoraggiamenti e tante promesse da parte del Signore, rifiutiamo di offrirci a lui totalmente e senza riserva, di rinunciare a ogni cosa e perfino alla nostra vita, secondo il Vangelo (Lc 14, 26), per amare lui solo, e nient'altro insieme con lui?
Considera quanto è stato fatto per noi: quale gloria ci è stata data, quanti interventi ha predisposto il Signore, in vista della salvezza, dai padri e i profeti, quante promesse, quante esortazioni, quanta compassione da parte del nostro Maestro fin dalle origini! Alla fine, egli ha manifestato la sua indicibile benevolenza nei nostri confronti, venendo ad abitare con noi e morendo sulla croce per convertirci e ricondurci alla vita. E noi, non lasciamo da parte la nostra propria volontà, l'amore del mondo, le nostre predisposizioni e abitudini cattive, mostrando così quanto siamo uomini di poca fede, anzi senza fede alcuna!
Eppure, vedi come, malgrado tutto questo, Dio si mostra pieno di una dolce bontà. Ci protegge e ci cura invisibilmente. Malgrado le nostre colpe, non ci abbandona definitivamente alla malvagità e alle illusioni del mondo; nella sua grande pazienza, ci impedisce di perire e aspetta, da lontano, il momento in cui ci volgeremo verso di lui.
Vangelo di oggi Mercoledì 6 Novembre 2019,

martedì 5 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO- non di solo pane

“Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui i poveri”
Il povero non ha fame solo di pane, ha una fame terribile di dignità umana. Tutti noi abbiamo bisogno d’amore e di esistere per qualcun altro. E’ lì che ci sbagliamo, quando scansiamo la gente, l'ignoriamo. Non solo abbiamo negato ai poveri un pezzo di pane, ma, considerandoli niente, abbandonandoli per strada, neghiamo la loro dignità, di essere a pieno titolo figli di Dio. Il mondo oggi è affamato non solo di pane, ma d’amore; ha fame di essere desiderato, amato. La gente ha fame di sentire la presenza di Cristo. In molti paesi si ha tutto in abbondanza, tranne questa presenza, quest’amore.
In ogni paese ci sono i poveri. In dei continenti la povertà è più spirituale che materiale, una povertà fatta di solitudine, scoraggiamento, mancanza di senso. Ma ho visto anche, in Europa o in America, gente nella miseria più grande dormire su cartoni, pezzi di stoffa, nelle strade. Parigi, Londra o Roma conoscono questo tipo di povertà. E’ facile parlare o preoccuparsi dei poveri lontani. Più difficile, e forse è una grande sfida, far attenzione e preoccuparsi del povero che vive a due passi da noi.
Il riso, il pane che do all’affamato che incontro per strada sazieranno la sua fame. Ma chi vive nell’esclusione, mancanza d’amore e grande paura, quanto sarà difficile colmare quella fame. Voi che siete in Occidente, conoscete la povertà spirituale molto più che la povertà materiale, e per questo i vostri poveri sono fra i più poveri. Tra i ricchi ci sono spesso persone spiritualmente poverissime. Io penso che è facile nutrire un affamato o dare un letto a un senza-dimora, ma consolare, cancellare la desolazione, la pena e l’isolamento che vengono dalla povertà spirituale, ciò richiede molto più tempo.
Luca 14,15-24.

lunedì 4 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO - gratuità

Gratuità

L’amore è tale solo se è gratuito. L’amore si fonda sull’assoluta libertà e gratuità delle scelte e dei gesti. Chi dice di amare e poi chiede una qualsiasi cosa in contraccambio per quello che dona e compie, in realtà non ama, non conosce l’amore, non vive nell’amore, non genera amore. Quando le persone dicono tra loro frasi del tipo “con tutto quello che ho fatto per te”, “se mi ami davvero, devi fare questo e quello”, “se vuoi che ti ami, devi cambiare, devi essere diverso”, stanno rivelando che il loro cuore non ha mai battuto per l’amore ma per l’opposto dell’amore, per il possesso.   
Quando l’uomo, per quello che compie, attende una ricompensa di qualsiasi tipo, un compenso, un pagamento, un riconoscimento, non è nella gratuità. Quando l’uomo, per quello che compie, si aspetta una retribuzione di qualsiasi tipo, sotto forma di gratificazione, apprezzamento, approvazione, non è nella gratuità. Quando l’uomo, per quello che compie, desidera un premio di qualsiasi tipo, anche sotto le forme del plauso, del successo, del consenso, non è nella gratuità. Quando l’uomo compie quello che compie per soddisfare le aspettative altrui, per essere all’altezza delle attese degli altri, per essere al centro dell’attenzione, per generare negli altri forme di dipendenza, obbedienza, sottomissione, controllo, non è nella gratuità. Quando l’uomo non è nella gratuità, non può in alcun modo essere nell’amore, non può provare amore, generare amore, gustare amore. Quando l’uomo non è nell’amore, non può essere felice, non può essere nella gioia e, se non è nella gioia, non è in Dio. La gratuità permette di essere e vivere in Dio.
La gratuità è uno spirito libero, è lo spirito stesso della libertà. L’uomo anela da milioni di anni alla libertà ma non sarà mai libero e liberato fino a che non comprenderà e prenderà coscienza del fatto che, se non impara a vivere nella gratuità, non potrà mai essere un uomo libero. Come la libertà del gesto dà vita alla gratuità, così la gratuità, dovunque si muove e vive, genera libertà e liberazione. La fonte e la sorgente della libertà è la gratuità. La gratuità non si muove secondo le pressioni di un qualsiasi tipo di giudizio, nemmeno del giudizio di valore. La gratuità non fa un solo passo spinta dal merito, incatenata al dovere, abbagliata dal premio, asservita alla virtù, in nome della meritocrazia, perché la gratuità sa perfettamente che, se nella vita di uomo non c’è alcuna forma di gratuità, quell’uomo si incatenerà a ogni forma di attaccamento e vivrà prigioniero del possesso. La gratuità vola alto sopra qualsiasi forma di ricompensa, retribuzione, regalo, compenso, pagamento, contropartita, perché la gratuità sa perfettamente che, se nella vita di un uomo non c’è alcuna forma di gratuità, quell’uomo rimarrà inevitabilmente sommerso dall’avidità e affogherà nel fango della voracità. La gratuità compie ogni cosa per un unico motivo: moltiplicare ovunque il benessere, l’armonia e la gioia. La gratuità, quando batte nel cuore di un uomo e ne orienta l’intelligenza, è già sorgente di gioia, perché vivere la gratuità è già vivere la gioia.

sabato 2 novembre 2019

padre Armando CARPENEDO - la speranza

Il filo conduttore delle letture di oggi è uguale al filo che ci lega ai nostri cari defunti: la speranza. La speranza di rivederci. La speranza di essere nel Signore. La speranza della vita eterna. Questa speranza è anche di Dio. Gesù è venuto su questa terra a fare la volontà del Padre. E qual è questa volontà? Ascoltiamo le sue parole: «E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno». È la speranza di un santo pagano dell'Antico Testamento, Giobbe. È la speranza che - Paolo spiega - viene generata spontaneamente dall'«amore di Dio versato nel nostro cuore per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». La speranza cristiana non è un auspicio, è una «speranza certa» che attinge la sua certezza da Colui che ci ha creato per essere la Chiesa sposa, per sempre.
Commemorazione di tutti i Defunti, Genitori, amici, parenti e per quelli di cui NESSUNO prega. AMEN.

mercoledì 30 ottobre 2019

padre armando CARPENEDO - la porta stretta

Cos'è la porta stretta se non Gesù Cristo? Nessuno può accedere alla vita di Dio senza di lui o a prescindere da lui. Egli è la via di Dio verso l'uomo e dell'uomo verso Dio. Ma è impressionante come nello stesso passo troviamo l'affermazione della necessità di entrare per la porta stretta e la disillusione riguardo a un'appartenenza fatta solo di carte d'identità e non di una vera trasformazione dell'identità. Infatti, il Signore aggiunge: «Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio». In questa apertura, scopriamo che la salvezza che viene solo da Cristo, non è retaggio esclusivo dei cristiani. Anzi, i cristiani nominali soltanto, sono di fatto senza Cristo, mentre ci sono persone che, senza colpa loro, sono in Cristo pur non avendolo esplicitamente conosciuto o riconosciuto. Sforziamoci di entrare sul serio.

martedì 29 ottobre 2019

Project Possible - missione compiuta

RECORD MONDIALE;  MISSIONE COMPIUTA



 Nirmal Purja ha raggiunto il vertice di tutti i 14 ottomila in soli 189 giorni !!!
 * Kim Chang-ho ha tenuto un precedente record di ciò in 7 anni, 10 mesi e 6 giorni.
 Leggi le notizie: https://bit.ly/31UoSx1

 Nirmal Purja, ex soldato Gurkha, nella sua ambiziosa missione - "Project Possible", ha raggiunto Shishapangma alle 8:58 (ora locale) oggi mattina.  Ha completato 14 ottomila in soli 189 giorni (Annapurna, 23 aprile a Shishapangma, 29 ottobre, Summit to Summit - 6 mesi 6 giorni).  Ha battuto il record dell'arrampicatore coreano Kim Chang-ho, che ha raggiunto il vertice di 14 ottomila in 7 anni, 10 mesi e 6 giorni.  Tuttavia, Kim detiene ancora il record di fare lo stesso senza ossigeno supplementare.

 Nirmal Purja aveva iniziato il suo "Progetto possibile" nel marzo di quest'anno.  Voleva stabilire un nuovo record scalando tutti i 14 ottomila in 7 mesi.  Nella scorsa primavera, ha iniziato questo progetto e ha fatto il primo vertice di Annapurna il 23 aprile e si è concluso con la prima fase con il vertice di Makalu il 24 maggio.  Nel mezzo, aveva sommato Dhaulagiri e Kangchenjunga rispettivamente il 12 e il 15 maggio.  Quindi, il 22 maggio, ha ridimensionato l'Everest e Lhotse.  Inoltre, come parte della squadra di soccorso, Nirmal ha salvato l'alpinista malese Dr. Wui Kin Chin, che era bloccato su Annapurna durante la sua discesa dalla vetta.  Alla fine della Fase 2, Nirmal ha raggiunto il vertice di 11 ottomila in soli 94 giorni (Annapurna dal 23 aprile a Broad Peak il 26 luglio, da vertice a vertice).  Nella fase finale, ha riunito Cho Oyu, Manaslu e Shishapangma rispettivamente il 23 settembre, il 27 settembre e il 29 ottobre.

 "Progetto possibile"

 1. Annapurna il 23 aprile 2019
 2. Dhaulagiri il 12 maggio 2019
 3. Kangchenjunga il 15 maggio 2019
 4. Everest il 22 maggio 2019
 5. Lhotse il 22 maggio 2019
 6. Makalu il 24 maggio 2019
 7. Nanga Parbat il 3 luglio 2019
 8. Gasherbrum - I il 15 luglio 2019
 9. Gasherbrum - II il 18 luglio 2019
 10. K2 il 24 luglio 2019
 11. Broad Peak il 26 luglio 2019
 12. Cho Oyu il 23 settembre 2019
 13. Manaslu il 27 settembre 2019
 14. Shishapangma, 29 ottobre 2019

 Foto per gentile concessione: Nirmal Purja MBE: "Project Possible - 14/7"

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padre Armando CARPENEDO - lievito

Lievito

Se dalla qualità del pane si può riconoscere la qualità del lievito, che tipo di lievito è quello che genera il pane che i politici danno ai popoli? Se dalla qualità del pane si può riconoscere la qualità del lievito, che tipo di lievito è quello che genera il pane che gli uomini di religione offrono ai popoli?
Se dalla qualità del pane si può riconoscere la qualità del lievito, che tipo di lievito è quello che genera il pane che gli uomini dei sistemi finanziari e bancari offrono ai popoli?
Che tipo di lievito è il lievito che genera la lotta per il dominio del pianeta? Che pane può offrire ai popoli la lotta per il dominio del pianeta?
Che tipo di lievito è il lievito che genera la competizione? Che pane può offrire ai popoli la competizione?
Che tipo di lievito è il lievito che genera gli eserciti, le armate? Che pane possono offrire ai popoli eserciti e armate?
Che tipo di lievito è il lievito che i governi dei grandi blocchi planetari stanno usando per costruire così tante armi come mai è successo nella storia dell’umanità? Che pane possono offrire ai popoli bombe dalla potenza incalcolabile, armi che possono distruggere parte dell’umanità in pochi minuti?
Che tipo di lievito è il lievito che forma le forze dell’ordine, che, anche se a volte in buona fede, sono a servizio degli stati e non del popolo? Che pane possono fornire le forze dell’ordine ai popoli, se agiscono per far rispettare la legge e non la dignità umana?
Che tipo di lievito è il lievito che genera le multinazionali, i potentati economici, le organizzazioni mondiali dei signori del potere? Che pane possono fornire ai popoli le multinazionali, i potentati economici, le organizzazioni dei signori del potere, che sono dediti e concentrati esclusivamente a servire i loro crudeli e spietati interessi?
Il pane dipende dal lievito. C’è un lievito che genera pane di morte, c’è un lievito che genera pane di vita. Questo è il tempo ultimo offerto dalla vita ai figli di Dio, tempo in cui il lievito, che è presente nel cuore di ciascuno dei figli di Dio, può fermentare di amore, di pace, di vita tutta l’umanità. Se i figli di Dio si uniscono insieme e formano una rete di vibrazioni spirituali così elevate da fornire nuove informazioni ed energia al pianeta e alla vita, il lievito del Maligno non potrà più sfornare pane tossico per avvelenare l’umanità.
Il regno di Dio non ha bisogno di potere politico e tantomeno di uomini di religione, e nemmeno di templi. Il regno di Dio non ha bisogno di sistemi finanziari e bancari, né di competere e dominare, non ha bisogno di eserciti, armate, bombe e forze dell’ordine. Il regno di Dio non ha bisogno di multinazionali, potentati economici, organizzazioni mondiali. Il regno di Dio ha bisogno di lievito, il lievito di cuori buoni e coraggiosi, che non cadano mai nell’ingannevole, allucinante convinzione che il male si possa sradicare combattendolo, ma credano con tutte le forze che il compito dei figli di Dio non è combattere il male, ma solo e sempre, umilmente ma tenacemente, seminare il bene, il perdono, l’accoglienza, la condivisione. Il regno di Dio è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata, e l’umanità mangerà il pane della gioia, il pane della pace, della serenità e della luce.

domenica 27 ottobre 2019

padre Armando CARPENEDO - la missione

Ognuno di noi è chiamato, con la sua speciale missione, a tracciare nuovi sentieri, a lasciare le sue impronte. Le più belle e più significative sono quelle che restano impresse nei cuori delle persone che incontriamo proprio lungo il cammino. Quanto ci ha segnato e segna la nostra missione? E quanto ha e ci ha insegnato? Al termine di questo breve cammino nel piccolo grande “mondo” della nostra missione quotidiana, è un interrogativo che dobbiamo porci, una domanda lecita che il Padre ci pone davanti. Non importa solo il “fare” e il “quanto” ma anche e soprattutto il “come”e il “perché”.  In fondo, il mandato affidatoci è così grande, che ci si sente come piccoli alunni che hanno un mondo da imparare e lo faranno piano piano, passo dopo passo. E così ho sentito forte il desiderio di chiedere ad una maestra della scuola dell’infanzia, uno di quegli angeli che accolgono i nostri bimbi e, con amore e professionalità, li accompagnano nel sentiero del futuro, di descrivere il tratto fondamentale della sua missione, per poter meglio comprendere la nostra.

«Insegnare, in effetti, è davvero una missione. Ti vengono affidati dei bambini, degli esseri indifesi, hai nelle tue mani le fasi più importanti della loro crescita. È un cammino lento e graduale, in cui cerchi di tirare il meglio da ognuno di loro, con amore e pazienza, gratificandoli, incoraggiandoli, sgridandoli quando è il momento giusto, ma soprattutto facendogli capire che possono sempre contare su di te, che sei lì per loro, perché trascorrono a scuola la maggior parte del tempo della giornata. E’ bello quando per sbaglio ti chiamano “mamma”, - afferma emozionata l’insegnante Mirangela Colella - perché in fondo ti senti un po’ la loro mamma. I bambini devono essere rispettati, così anche loro imparano a rispettarti e a rispettare gli altri. Per me è fondamentale creare un clima sereno e disteso, perchè solo così il bambino dà il meglio di sé. Farli sentire importanti li rende orgogliosi e fieri del loro “lavoro”».

Essere in tanti ed essere ugualmente e diversamente speciali: esiste una bellezza superiore a questa? Quando la missione ha come pane e acqua un ingrediente che si chiama Amore, insegna saziando quella stessa fame che è insita in ognuno di noi. E, se doniamo con tutte le nostre forze, siamo madri e padri, perché generiamo piccole tracce della nostra missione nel sentiero di chi condivide il cammino con noi, con la consapevolezza che il Padre è qui per me e che per me, suo figlio, ci sarà sempre. 

«Lasciare un segno nei bambini che hai accompagnato per tre anni della tua e della loro vita è gratificante e stupendo. – continua la maestra Mirangela - Quando per strada o in qualsiasi luogo ti senti chiamare da lontano “maestraaaa!!”, ti corrono incontro e ti abbracciano, questo è il momento più bello, cade tutto il lavoro pesante che pensi di aver fatto, ti sei stancata, perché questo è il segno che sei rimasta nei loro cuori, che hai lasciato questo segno. Poi vederli crescere, passare da un grado all’altro di scuola, vederli realizzarsi ti fa dire che questo è il lavoro che ho sempre sognato di fare!»

La nostra missione, quindi, lascia segno del suo passaggio, traccia vera e tangibile del nostro essere. Non è un caso che tra i significati etimologici del termine traccia, ci sia la seguente definizione: “primo abbozzo di un’opera”. Sì, con la nostra piccola traccia di missione noi contribuiamo al disegno di una grande opera, a quel misterioso capolavoro della nostra esistenza, il cui stesso sentiero è disseminato delle tracce degli altri: mentre insegniamo, gli altri ci segnano, proprio come ogni piccolo alunno segna inevitabilmente il cuore della sua dolce maestra.
Il mandato di ognuno di noi è e sarà differente, perché è una caratteristica del Creatore essere creativo, ma tutte, proprio tutte, rispondono all’invito di Gesù “Tu, vieni e seguimi!”. Non poi, non domani, ma da sempre!

padre Armando CARPENEDO - Presunzione

Presunzione

Dio è supremo amore, misericordia senza limiti, perdono assoluto e pieno, compassione e commozione sconfinata, tenerezza dolcissima e ineffabile, ma c’è un genere di uomini che nemmeno lui può perdonare. Chi sono? Sono quelli che vivono nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.

Dio non tratta con coloro che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.
Dio non ascolta coloro che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.
Dio non risponde a coloro che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.
Dio non comunica, non parla, non dialoga con quelli che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.
Dio non perdona, non comprende, non accoglie quelli che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.
Dio non difende, non protegge, non sostiene coloro che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.
Dio non segue, non cerca, non guarda quelli che vivono
nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri.

Dio rispetta tutti i suoi figli e le scelte di tutti i suoi figli. Dio rispetta profondamente anche quelli che vivono nell’intima presunzione di essere giusti e disprezzano gli altri, li rispetta ma non li aspetta. Non li aspetta tra le sue braccia, non li aspetta nella sua casa di luce. Nemmeno la vita eterna, la vita nella luce e nell’amore, li aspetta, perché dalla vita e da tutte le energie del creato chiunque si esalta sarà umiliato, e chi invece si umilia dalla vita e da tutte le energie del creato sarà esaltato.
BUONA DOMENICA A TUTTI. La Misericordia ha sempre la meglio.

giovedì 24 ottobre 2019

padre Armando CARPENEDO - divisione

Uno potrebbe chiedersi: Come può Cristo portare divisione? Ma la vera domanda sarebbe altra:Come può Cristo non portare alla divisione? In che senso? Non nel senso che Cristo divide per dividere. Ma nel senso che il suo annuncio - un annuncio non fatto di parole vuote o un continuo parlare d'amore senza volto - implica una scelta, una decisione per o contro di lui. Tante cose del vangelo rimarrebbero incomprensibili se non si superasse la moda di un cristianesimo ridotto a un budino di affetti per giungere ad abbracciare Cristo, a seguirlo, a metterlo al primo posto. Solo in questa luce possiamo capire il costo della sequela che Gesù dichiara, senza mezzi termini.

martedì 22 ottobre 2019

padre Armando CARPENEDO - pronti e beati

Pronti e beati

Siate pronti. Cioè svegli, scaltri, agili, leggeri. Siate pronti significa siate ininterrottamente, sempre centrati nella gratuità del cuore, rispettosamente sempre consapevoli, serenamente connessi, umilmente intelligenti, esistenzialmente preparati, capaci, affidabili.
Con le vesti strette ai fianchi. Cioè infaticabilmente ed efficacemente operativi nella gratuità. Con le vesti strette ai fianchi significa vigorosi nel servire umilmente e irrimediabilmente tenaci nel seminare il bene e la condivisione per la felicità di tutti. Significa essere inesauribilmente resistenti nel seminare ispirazione, pace, perdono, compassione e comprensione per il benessere di tutti.
E le lampade accese. La lampada rappresenta l’individuale essenza divina fornita a tutti gli uomini e le donne della terra. Individuale essenza divina che raccoglie in sé tutti i doni, la potenza spirituale, le capacità intellettuali, gli strumenti e i mezzi offerti all’uomo per vivere pienamente e felicemente la sua vita. Lampade accese significa che l’essenza spirituale e intellettuale dell’uomo, per dare veramente i suoi frutti in benessere e felicità, deve essere accesa, accesa nella fede. Fede che è essenzialmente non pensare mai male di Dio e della vita, non giudicare mai, mai, mai. La fede che permette all’uomo di sviluppare la propria essenza divina, mantenendo in ogni circostanza della vita uno sguardo interiore pieno di amore, tanto risvegliato nella consapevolezza, quanto immerso nella semplicità, tranquillamente e gioiosamente centrato, orientato, connesso a Dio, senza mai entrare in lotta e in sfida con la vita. Per evitare che la mente scivoli nel giudizio e nel pensare male di Dio è indispensabile la preghiera incessante.
L’invito di Gesù siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, si potrebbe tradurre oggi per questa generazione: tenete l’intelligenza allenata nella gratitudine, lo spirito pronto e forte, il corpo atletico, energetico, sano, per seminare benessere e seguire il vangelo.
Pronti e beati

Siate pronti. Cioè svegli, scaltri, agili, leggeri. Siate pronti significa siate ininterrottamente, sempre centrati nella gratuità del cuore, rispettosamente sempre consapevoli, serenamente connessi, umilmente intelligenti, esistenzialmente preparati, capaci, affidabili.
Con le vesti strette ai fianchi. Cioè infaticabilmente ed efficacemente operativi nella gratuità. Con le vesti strette ai fianchi significa vigorosi nel servire umilmente e irrimediabilmente tenaci nel seminare il bene e la condivisione per la felicità di tutti. Significa essere inesauribilmente resistenti nel seminare ispirazione, pace, perdono, compassione e comprensione per il benessere di tutti.
E le lampade accese. La lampada rappresenta l’individuale essenza divina fornita a tutti gli uomini e le donne della terra. Individuale essenza divina che raccoglie in sé tutti i doni, la potenza spirituale, le capacità intellettuali, gli strumenti e i mezzi offerti all’uomo per vivere pienamente e felicemente la sua vita. Lampade accese significa che l’essenza spirituale e intellettuale dell’uomo, per dare veramente i suoi frutti in benessere e felicità, deve essere accesa, accesa nella fede. Fede che è essenzialmente non pensare mai male di Dio e della vita, non giudicare mai, mai, mai. La fede che permette all’uomo di sviluppare la propria essenza divina, mantenendo in ogni circostanza della vita uno sguardo interiore pieno di amore, tanto risvegliato nella consapevolezza, quanto immerso nella semplicità, tranquillamente e gioiosamente centrato, orientato, connesso a Dio, senza mai entrare in lotta e in sfida con la vita. Per evitare che la mente scivoli nel giudizio e nel pensare male di Dio è indispensabile la preghiera incessante.
L’invito di Gesù siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese, si potrebbe tradurre oggi per questa generazione: tenete l’intelligenza allenata nella gratitudine, lo spirito pronto e forte, il corpo atletico, energetico, sano, per seminare benessere e seguire il vangelo.

lunedì 21 ottobre 2019

Dalai Lama - Pensieri

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L'ottimismo non significa essere ciechi alla realtà reale di una situazione.  Significa mantenere uno spirito positivo per continuare a cercare una soluzione a qualsiasi dato problema.  Significa riconoscere che ogni situazione data ha molti aspetti diversi, positivi e problematici.
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Nel mondo di oggi, nonostante l'ampio sviluppo materiale, troppi mancano di pace interiore.  Un modo per contrastare la rabbia, la gelosia e la competitività è coltivare la non violenza e la compassione verso gli altri.
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Un approccio fondamentalmente positivo è quello di tenere conto dell'unicità dell'umanità.  Dividere il mondo in "noi" e "loro" potrebbe aver funzionato in passato, ma non funziona più.  Dobbiamo parlare dei nostri problemi con i nostri avversari, pensando a loro come ai nostri simili.
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Come esseri umani siamo tutti uguali.  Abbiamo questa meravigliosa intelligenza, che a volte crea problemi per noi, ma se influenzata dalla cordialità può essere davvero creativa e utile.  Questo è il contesto in cui avere principi morali è di così grande valore.
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Cosa c'è veramente di valore nella vita?  cosa dà significato alle nostre vite?  Non siamo nati per causare problemi o danni.  Per essere utili, dobbiamo sviluppare le buone qualità umane di base: calore, gentilezza, compassione.  Quindi la nostra vita diventerà più felice e più significativa.
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La visione del Mahatma Gandhi di un'India pulita e ordinata è diventata la visione di milioni di indiani che si sono uniti a #JanAndolan e hanno aiutato #SwachhBharatMission a un successo senza precedenti.  Questa non è la fine, ma l'inizio di un nuovo viaggio verso un'India #plasticfree e un mondo libero dalla plastica

Padre Armando CARPENEDO - Dipende

Dipende
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
perché ciò che possiedi non può fornirti alcun tipo di energia dedicata
alla vita del tuo essere spirituale, psichico, fisico.
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
perché ciò che possiedi non può sanarti, se sei ammalato,
salvarti, se sei perduto,
proteggerti, se sei minacciato,
soccorrerti, se sei in pericolo.
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
perché ciò che possiedi non può illuminarti se sei nell’oscurità,
non può aiutarti a scalare le vette dell’intelligenza, se sei nell’abisso della stupidità,
né condurti al sicuro sulla spiaggia della conoscenza, se anneghi nel mare dell’ignoranza.
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
perché quello che possiedi, anche se può favorire il tuo potere,
determinare il tuo successo, accrescere la tua fama,
non può assolutamente fare nulla per la tua felicità.
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
perché quello che possiedi
non sviluppa in te nessuna forma di amore, gratitudine, gioia.
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
perché quello che possiedi non ha creato la tua vita,
non sostiene nel presente la tua vita,
e non entrerà mai a far parte della tua vita.
La tua vita dipende esclusivamente da quanto sai arricchirti davanti a Dio
in amore, gratitudine, gratuità, giustizia, misericordia e compassione.
La vita dell’uomo non solo non dipende da ciò che possiede,
ma ciò che l’uomo possiede ha il potere, come nient’altro
sulla faccia della terra, di renderlo incredibilmente stolto, sciocco, stupido.
La tua vita non dipende da ciò che possiedi,
semplicemente perché quello che possiedi non esiste realmente né in terra,
né in cielo, e davanti a Dio non ha alcun senso e significato.

domenica 20 ottobre 2019

Padre Armando CARPENEDO - troverà la fede sulla terra?

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”». (Lc 18, 1-8)
Cominciamo col dire che una parabola non ha uno scopo descrittivo bensì pedagogico, intende cioè trasmettere un significato, un insegnamento. Non racconta una realtà ma una verità, ossia ciò che se vissuto potrebbe rendere la vita feconda e compiuta.
La parabola di oggi ci ricorda che la preghiera è anzitutto atto di fede (v. 8b), e fede altro non è che apertura, accoglienza, consapevolezza della vita che germoglia, cresce e sboccia dentro di sé.
La preghiera non è implorare, attirare, piegare a sé un dio lontano, perché Dio non è un ‘bene’ che si dà perché invocato, ma vita che impregna ogni realtà in modo preveniente e gratuito. Quindi la preghiera non è un momento tra i momenti della giornata in cui ricordarsi di un dio fuori di sé e magari supplicandolo in vista di qualche necessità, ma è stile di vita, modo di esistere; la questione non è ‘pregare’ ma divenire preghiera.
La preghiera è uno spazio di vuoto, di silenzio, di non attività, scevro di parole, immagini, concetti, idee e addirittura di ‘preghiere’, affinché il Dio già presente in noi possa finalmente compiersi, dilatarci e illuminarci. Infatti la Vita, la Luce, l’Amore, quella stessa energia che creò l’universo ora è dentro di noi, e se vi entriamo in contatto per via di consapevolezza, attraverso la spogliazione dell’Ego, allora saremo ricreati anche noi, diveniamo ogni momento ‘nuova creatura’, e cominceremo a vivere nel mondo della nostra stessa preghiera, ossia da vivi, illuminati, forti di quella energia dell’Amore che ci portiamo dentro.
Con la preghiera, «moriamo a noi stessi e risorgiamo oltre i nostri personali limiti a nuova vita in Cristo Gesù. Sappiamo bene che la sua vita presente in noi, il suo Spirito che inabita i nostri cuori, sono reali ed energia indispensabile alla nostra crescita» (John Main).
Diverremo infine capaci di giustizia dinanzi a tutti i tremendi giudici del mondo che non hanno riguardo per nessuno (cfr. v. 2) e faremo finalmente esperienza dell’amore che ci mancava per divenire uomini e donne compiute, ossia quello Sposo che è l’amore in grado di compiere il cuore di noi povere vedove.
VANGELO DELLA XXIX DOMENICA.

venerdì 18 ottobre 2019

padre Armando CARPENEDO- come e perché

Come e perché

Come devono andare i discepoli di Gesù nel mondo? Gesù è preciso: Ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi. Gesù manda i suoi discepoli nel mondo con la potenza del suo Spirito e della sua Parola ma vuole che siano pienamente consapevoli che andranno nel mondo come agnelli, cioè come persone miti e umili, assolutamente sganciate e libere da qualsiasi forma di potere e protezione umani. Vuole che siano pienamente consapevoli che il mondo li combatterà, li assalirà, esattamente come i lupi possono aggredire gli agnelli.
Con quale modalità i discepoli si devono presentare al mondo cui sono mandati? Gesù è preciso: non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. Gesù manda i suoi discepoli nel mondo con la grazia del suo Spirito e l’efficacia della sua Parola ma vuole che siano pienamente consapevoli che c’è un solo modo di espletare il mandato, ed è quello di farlo senza mai collegare il mandato ai soldi, ai possedimenti, al possesso, alla ricchezza, alle protezioni umane, ai legami e agli attaccamenti umani.
Perché Gesù manda i suoi discepoli nel mondo, qual è lo scopo del mandato? Gesù è preciso: Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: è vicino a voi il regno di Dio. Gesù manda i suoi discepoli nel mondo espressamente per due motivi: guarire i malati e annunciare al mondo che il regno di Dio è vicino. Cosa significa annunciare al mondo che il regno di Dio è vicino? Significa annunciare all’umanità che è assolutamente possibile per l’uomo vivere felice, sano, in pace e in armonia come Dio desidera. Significa ispirare l’umanità a immergersi nella Parola di Gesù che contiene tutte le informazioni, le procedure e l’energia per guidare l’uomo sulla strada della felicità e della pace.
Perché Gesù, insieme al mandato di annunciare la sapienza e l’intelligenza della Parola del vangelo, dona ai suoi discepoli la potenza di guarire tutte le malattie dell’uomo? A causa dell’ignoranza, del pregiudizio, dei tabù, del fanatismo, della superstizione, delle subculture, delle convenzioni, delle convinzioni umane, il messaggio di Gesù, annunciato dai discepoli, potrebbe essere facilmente rigettato dall’umanità e, rifiutando il messaggio di Gesù, l’uomo, di fatto, getterebbe via le procedure perfette e funzionali che possono permettere all’uomo di vivere nella gioia, nella felicità, nella salute, con intelligenza e in armonia. Per ridurre al minimo il rischio che, per molti motivi, l’umanità possa respingere le procedure del vangelo, e dunque allontanarsi dalla possibilità di essere felice e sana, Gesù ha fornito i suoi discepoli del potere di guarire i malati che incontrano lungo il loro viaggio, per dare un segnale estremamente forte, empirico, evidente, esperienziale della potenza, dell’intelligenza, della superiorità spirituale e intellettuale della Parola che i discepoli annunciano. Guarire gli ammalati fa parte integrante, sostanziale del compito degli annunciatori del vangelo, non solo per risollevare l’uomo dalla sofferenza e dalla degenerazione psicofisica, ma anche per rivelare all’umanità, in modo inequivocabile, inconfondibile, indubitabile, qual è la potenza reale, l’evidenza intellettuale, l’efficacia assoluta della Parola che i suoi discepoli annunciano secondo il mandato di Gesù, il figlio di Dio. La Parola di Gesù è indispensabile perché l’uomo possa guarire spiritualmente e intellettualmente, e per questo Gesù ha legato indissolubilmente la potenza e la bellezza dell’annuncio della sua Parola, alla potenza e alla bellezza del poter guarire l’uomo fisicamente.

mercoledì 16 ottobre 2019

Padre Armando CARPENEDO- Guai a Voi

Vangelo di Luca 11,42-46

In quel tempo, il Signore disse: «42 Guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l’amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. 43 Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44 Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».
45 Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: «Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi». 46 Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!»
Ti offendi

Guai a te, uomo, che sei ossessionato dall’osservanza della legge, perché sei un uomo dall’intelligenza inutilizzabile per generare benessere per l’umanità. Guai a te, uomo, che ti adoperi esasperatamente per rispettare le norme, perché sei un uomo incapace di rispettare l’uomo e sei un’arma letale in mano al potere per colpire e devastare l’umanità. Guai a te, uomo, che ti accanisci sui cavilli e ti ostini sulle regole e sulle prescrizioni e lasci da parte la giustizia e l’amore di Dio, perché sei un uomo decentrato da te stesso, sconnesso dalla vita, separato dagli altri, scollegato da Dio, sei un uomo che fa del conflitto la sua strategia e della violenza la sua forza.  
Guai a te, uomo, che ami i primi posti nei palazzi della religione, della politica, dell’economia, della scienza, della medicina, della cultura, che ti preoccupi in modo ossessionante di avere il riconoscimento e l’approvazione degli altri, il successo e la fama, guai a te, perché sei un uomo vuoto e svuotante, che possiede un’unica capacità, quella di svuotare di bellezza e grazia tutto ciò che tocca.
Guai a te, uomo ambizioso, perché sei come il sepolcro che non si vede, come l’abisso della morte ricoperto di candida, innocente glassa, patinata di moralismo e perbenismo, così che la gente ti passa a fianco e sopra senza saperlo e poi cade nelle tue fauci avide e fameliche. Guai a te, uomo della legge religiosa e politica, che carichi di pesi insopportabili l’umanità, e quei pesi tu non li tocchi nemmeno con un dito. Guai a te, che t’innalzi come rappresentante di Dio in terra e ti autonomini signore della giustizia nel mondo e ti offendi, ti offendi disgustato, in modo tanto arrogante quanto stucchevole, quando la verità e l’evidenza mostrano la malvagità del tuo cuore, la vanità delle tue intenzioni, l’ingiustizia delle tue azioni, la crudeltà dei tuoi progetti. 
Guai a te, uomo, che ritieni le forti ma amorose parole di correzione di Gesù un’offesa e non l’ultima occasione per risvegliarti, per ritornare in te stesso, per evolverti nella luce e nell’amore.

Guai a te, uomo, perché se cogli Gesù come colui che ti offende,
chi coglierai come colui che ti rispetta?
Guai a te, uomo, perché se cogli Gesù come colui che ti accusa,
chi coglierai come colui che ti difende?
Guai a te, uomo, perché se cogli Gesù come colui che ti condanna,
chi coglierai come colui che ti perdona?
Guai a te, uomo, perché se cogli Gesù come colui che non ti ama,
chi coglierai come colui che ti ama?
Guai a te, uomo, perché se cogli Gesù come colui che non ti comprende,
chi coglierai come colui che ti capisce?
Guai a te, uomo, perché se cogli Gesù come colui che ti inganna,
chi coglierai come colui che ti dice la verità?

martedì 15 ottobre 2019

Padre Armando CARPENEDO - La cura

La cura

C’è un virus pericolosissimo che può colpire l’umanità, un virus capace di far degenerare l’energia spirituale, le capacità intellettuali, le strutture fisiche dell’uomo. È un virus che inquina l’energia spirituale dell’uomo, lo rende incapace di riconoscere la signoria di Dio, lo rende intellettualmente avido quanto stupido e stolto, cardiacamente malvagio, fisicamente sempre teso e rigido. È un virus che spinge l’uomo a disonorare la propria bellezza e il proprio fascino naturale e divino, per gettarsi deforme a celebrare il rito dell’ambizione, attraverso il culto della propria immagine, attraverso la divulgazione del marchio di se stesso e dell’esaltazione dell’esteriorità e dell’apparenza. È un virus che forza l’uomo a diventare avido e, in nome dell’avidità, a diventare competitivo, conflittuale, malvagio, crudele, possessivo, assetato di dominio e di controllo. È un virus capace di cristallizzare i collegamenti neuronali del cervello fino a rendere l’uomo incapace di riconoscersi come un essere meraviglioso, divinamente progettato e infinitamente collegato al tutto del creato e in grado di corromperlo intellettualmente fino a renderlo stupido, stolto, ignorante.
Il virus capace di infliggere tanto danno all’uomo è l’ipocrisia. È l’ipocrisia che convince l’uomo a pulire l’esterno del bicchiere e del piatto, e a mantenere l’interno pieno di avidità e di cattiveria. È l’ipocrisia che rende così stolti da non percepire, capire, riconoscere e comprendere che Colui che ha creato l’esterno dell’uomo ha creato anche il suo interno. Così stolti da non rendersi conto del fatto che curare l’esteriorità e l’apparenza, senza curare, amare, abbellire, aggraziare i pensieri intimi, i dialoghi interiori, le scelte decisionali profonde, è pura perversione, è un’azione spirituale e intellettuale che sconnette l’uomo dalla vita, lo sospinge a rinnegare Dio e la propria origine divina. C’è una cura per questo terribile virus? L’uomo può guarire da questa terribile patologia, anche quando è allo stadio terminale? Sì! Gesù stesso rivela la cura: Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro. La cura che Gesù rivela per curare il virus dell’ipocrisia, e tutte le disarmonie spirituali e psichiche provocate dal virus, è la gratuità. Dai primi sintomi alla patologia conclamata, l’ipocrisia si può sempre curare con la gratuità, con il dono di se stessi, con la condivisione delle proprie energie, sostanze, ricchezze. Imparare a vivere la gratuità, predisporsi a fare le cose gratis, senza attendere e cercare ricompensa, plauso, successo, riconoscenza, è la cura contro qualsiasi forma di ipocrisia. La gratuità praticata con costanza e con amore purifica tutto, ma proprio tutto della vita dell’uomo in tutte le sue dimensioni, nella dimensione spirituale, psichica e fisica. Quando l’ipocrisia sta aggredendo l’uomo con la sua mortale tossicità, non c’è altra cura, perché egli possa guarire e purificarsi completamente, che generare la gratuità.
Gratuità è pregare in segreto per i fratelli, per il mondo, perdonare in segreto amici e nemici, donare il proprio tempo a chi ha bisogno, donare le proprie energie creative, economiche, senza mai nulla chiedere in contraccambio. L’ipocrisia sporca e inquina tutto dell’uomo, la gratuità purifica e sana tutto dell’uomo.

Padre Armando CARPENEDO. La scienza di Francesco

Padre Armando CARPENEDO. La scienza di Francesco

Si racconta di San Francesco nello Specchio della perfezione (Cap. 53), che un giorno venne da lui un dotto frate dell'ordine dei predicatori e gli espose una perplessità su un passo biblico. Francesco, pur non avendo gli studi del predicatore, aveva la scienza dell'esperienza umile del Signore. E, di fatto, la sua risposta chiarì i dubbi del frate che se ne andò esclamando: «Fratelli miei, la teologia di quest'uomo, attinta a purità e contemplazione, è aquila che vola; mentre la nostra Scienza striscia con il ventre a terra». Un'immagine e un contrasto eloquenti per dire che c'è una scienza che viene dallo studio dei libri e una scienza che viene dalla contemplazione del Volto. La prima rischia di gonfiare, la seconda, fondata sulla semplicità dell'amore edifica e illumina. Beato chi sa congiungere entrambe le scienze.
IMPARIAMO A RIFLETTERE SULLA PAROLA DI DIO.

lunedì 14 ottobre 2019

Padre Armando CARPENEDO. I segni

Padre Armando CARPENEDO. I segni

Quanti di noi, soprattutto quando sono posti davanti a grandi scelte, non chiedono al Signore un segno, un'indicazione per capire quale sia la sua volontà? Pensate che questa richiesta che viene da un cuore sincero irriti il Signore? No! Non in questo senso parla Gesù della generazione malvagia che chiede segni. C'è un chiedere segni, segnali, lumi e illuminazioni per vedere e per mettersi in cammino. E questo è un lavoro benedetto. Ma c'è un chiedere segni, sempre altri segni, per non vedere, per mancanza di volontà di cambiamento e di abbandono al Signore. Si chiede il segno non per avere luce, ma per avere scuse. Si vuole comprendere di più, non per donarsi di più, ma per guadagnare tempo. E mai espressione più ingannevole! Perché non si sta guadagnando tempo, si sta sprecando la propria vita, l'occasione dell'unica opera che conta: fare la volontà del Signore. Dire il proprio fiat.
Buon Lunedì.

domenica 22 settembre 2019

Tor des Glaciers 2019- resoconto di Luca GUERINI

TOR Des Glaciers - 450KM 37000D+     
6 giorni, 14 ore e 37 minuti deambulando sulle alte vie 3 e 4 della VdA
7 ore forse meno con Morfeo 

PS: Essendo consapevole che il post ideale in FB è di circa 70 caratteri non posso far altro che scusarmi in anticipo.
 
Ci sono quelli che pianificano grandi progetti, sogni, obiettivi e ci sono quelli che semplicemente ci finiscono dentro e tu sai benissimo che sei di quelli e così mentre sei qui alla partenza di questo Tor Des Glaciers ti chiedi perchè finisci mani e piedi in certi casini ma non lo sai nemmeno tu. Non necessariamente deve essere un grande sogno o un viaggio pianificato a volte basta una lotteria delle iscrizioni favorevole, una po’ di sana incoscienza o magari solo una banale sopravvalutazione delle tue capacità. La formula è semplice, non c'è più la certezza delle balise sostituite dal più tecnologico GPS con cui già sai che dovrai litigare e le scorrevoli alte vie 1 e 2 , tipiche del Tor des Geant, lasceranno il posto alla 3 e alla 4 decisamente più selvagge con qualche pezzo di puro ravanage ovvero “essenza dell'arrangiarsi in montagna in assenza di sentieri”.

Lo stress accumulato è decisamente alto, gli ultimi giorni passati invece che ad allenarsi a ricontrollare i materiali, le tracce e tutti i dettagli logistici con la casa degna di un campo base di alta quota sono solo una ennesima potenza della solita fase preparatoria delle tue gare.
La disponibilità di Claudio a seguirti in questa gara forse aggiunge un po’ di tensione per le aspettative ma d'altra parte anche tranquillità per qualcuno su cui contare quando non tutto girerà come vorresti, lui è calmo, sa quello che deve fare anche se quando ci incontriamo sommerso dai miei materiali e dai miei incertezze inizialmente un po’ barcolla ma poi reagisce alla grande. Sei lì con un migliaio di dubbi, sulla linea di partenza, lo zaino è quello delle grandi occasioni ben lontano da qualsiasi idea di fast&light mentre il low-profile è d'obbligo visto che essere finisher non è certamente scontato per la distanza il dislivello e la tecnicità del percorso. Ti sembrano scorrere davanti agli occhi, come i titoli finali di un film tutti i rifugi e i colli che dovrai fare, poi finalmente parti e salta ogni preoccupazione o pianificazione basta solo pensare a raggiungere il primo rifugio, pragmaticità vs pianificazione 1-0 e sarà il leitmotiv della settimana.

Pronti via, dopo un errore iniziale dell'auto che ci precede fino alla partenza del sentiero del TOR (ma noi siamo del Glaciers ..) ripreso il sentiero corretto iniziamo con i primi rifugi e dal Maison Vieille passiamo all'Elisabetta fino al Deffeyes dove trovo Claudio, fin qui il ritmo iniziale sembra troppo veloce ma d'altra parte rompere il fiato è d'obbligo. Salita spettacolare lambendo il ghiacciaio fino al Col di Planaval e discesa problematica sulla pietraia su una ganda instabile d'altra parte una colazione a Planaval devi guadagnartela in qualche modo. Finalmente è giorno, e da qui inizia una delle parti più belle del percorso provata in Agosto con Sonia, la salita al rifugio degli Angeli nella selvaggia Valgrisanche, passo decisamente allegro chiacchierando con Luca anche se so che dovrò abbandonarlo presto visto che mi sembra avere tutt'altro ritmo. Pitstop agli Angeli dove trovo Marco e poi panoramico single-track sulla balconata ventosa che porta al lago di S. Grato e da lì fino al rifugio Bezzi. I km sono solo 87, ti ripeti che non sei nemmeno partito e con Claudio riordini le idee visto che fino al Vittorio Emanuele non sarà semplice anche se la parte del percorso è una delle più panoramiche. Claudio è preoccupato perché sono troppo carico, pensa che non mi fidi di lui, in realtà non mi fido di come sarà questa parte fino a Cogne, con le quote più alte, il Passage Du Grand Neyron e il meteo variabile che mi aspetta.

Al Col Rosset inaspettatamente Claudio Herin fa il tifo e sei così stanco che quasi non lo riconosci, poi passando per il Benevolo cerchi di non pensare a nulla ma quando arrivi al Colle Nivolet entrando al rifugio Savoia il livello di cottura è decisamente elevato ma un passato di patate, un pezzo di formaggio e un caffè ti riconciliano con il mondo, forse la gara inizia ora con le esigenze primarie che prendono il sopravvento sul superfluo. Il gruppo ormai è sgranato, sei solo, ma la cosa non è nemmeno spiacevole è solo un test un po’ più impegnativo ma forse era proprio quello che stavi cercando iscrivendoti a questo Glaciers.

La discesa a Pont Valsavaranche non ti piace, procedi a rilento forse in un dormiveglia. Qui ti balena l'idea di andare all'Hostellerie Du Gran Paradis bussare da Alberto per avere un giaciglio come avevi fatto alle due di notte durante il test di questo tratta con Marco, ma poi decidi di non disturbare e opti per la classica salita al Vittorio Emanuele che sembra quasi risvegliarti, quando apri  finalmente la porta del rifugio e vedi Claudio la prima idea è di concordare un piccolo riposo, ma lui è decisamente in canna, sta tenendo banco con le rifugiste da qualche ora , il suo spirito di animatore per rifugi sta prendendo decisamente il sopravvento , comunque è ancora lucido e mi consiglia di tirare ancora un po’ fino a Cogne , dopotutto saranno sì e no altre 14 ore , quando esco sento che stanno ancora scherzando ma so che l'idea è buona anche se metterla in pratica non è così banale visto che è già la seconda notte.

Esci dal rifugio direzione Chabod, entri un attimo e con Javi Puit Juste inizi finalmente la salita al passo del Grand Neyron, trovare il sentiero non è semplice vista la neve, quei pochi cm che servono ad uniformare tutto non facilitano. Ma Javi è uno tosto e si procede decisamente bene. Arrivato al passo chiedi alle guide com'è la discesa, ti senti rispondere solo una spolverata e inizi "sereno" la discesa, peccato che la spolverata ha ghiacciato le catene, le corde e i vari attrezzaggi. Scivoli sulla prima catena verticale nonostante i guanti da ferrata, capisci che non puoi più sbagliare perché sei già stato graziato ed hai usato il primo jolly. Così vedi di cavartela tra i ricordi del passaggio che avevi già provato e cercando di mantenere una calma che in quei frangenti non hai, ripensi ai consigli di Fausto durante il sopralluogo (vorresti chiamarlo ma stasera in questo gioco non è disponibile né la chiamata a casa né l’aiuto del pubblico) così ti arrangi da solo ed in qualche modo arrivi in fondo ed alla fine vorresti fare almeno qualche fotografia ma poi pensi che tanto mica te lo dimenticherai facilmente quel passaggio. 
Ps. Pensi alla fine che le uniche ripetute che hai fatto quest’anno, le hai fatte su questa ferrata con Fausto, chiamala fortuna se non vuoi usare un eufemismo più schietto.

Un pericolo scampato di solito mette di buon umore, così quando risali al Col Loson imbiancato sei quasi euforico, l'andatura non è delle migliori ma quando arrivi al passo e incontri la rifugista del Sella, in veste anche di fotografo, proprio all'alba riesci anche a scambiare qualche battuta prima di correre verso il rifugio. Dal Sella la lunga discesa dai casolari dell'Herbetet in cui trovi Sonia a fare il tifo e poi anche qualche turista che scambiandoti per qualche atleta serio vuole perfino fare una fotografia con te, cerchi di sottrarti ma non puoi essere scortese e così ti tocca anche una foto di rito. Ma come è dura arrivare a Cogne, quando le gambe non collaborano e il conto delle ore sale.

Finalmente la prima base vita di Cogne dove vedi anche Fabio Cargnan compagno di qualche Tor, e qui con Claudio si cerca di riordinare le idee, relax completo, 5 minuti per una doccia, altrettanti per un massaggio, cibo e finalmente 50' di sonno, che dire un pit stop da re. Il team comincia decisamente a funzionare con Claudio che tenta di alleggerirmi lo zaino mentre dormo e io che reinserisco altro materiale appena mi sveglio, alla fine capisco che ha ragione lui accetto un minimo alleggerimento dei materiali opzionali. Quando esco dalla base vita penso sono 160Km, non ho ancora fatto niente, sembra training autogeno ma poi faccio mente locale e mi rendo conto che è vero sono solo 160Km, 12000D+ non ho fatto niente e sono già cotto.

Ripartendo da Cogne dopo la base vita del TOR sei sempre stato rilassato, così cerchi anche oggi di trovare le stesse sensazioni passando da Gimillian e salendo al passo dell'Invergneux fino alla Fenetre de Champorcher. A Gimillian trovo Fabio che mi dice di non mollare, mi stupisco di avere perfino del tifo, facciamo due parole e continuo verso Invergneux, non sono lucidissimo ma abbastanza per schivare qualche bikers, la fatica si fa sentire e fino rifugio Dondena passando per il Miserin comincio raschiare il barile delle forze rimaste. Quando la traccia mi fa seguire il periplo del lago invece del più diretto sentiero del Tor, onestamente con una serie di imprecazioni, penso di aver buttato la wild card per il Paradiso se mai ne avessi avuta una.

Arrivare a Chardonney è un incubo, trovare la Fricolla tra le tracce di sentiero e la ganda che porta alla vetta non è banale e quando arrivo al Dortoir Crest dire che sono esausto è un vedere il bicchiere mezzo pieno. Al Dortoir Claudio mi propone un riposo d'altra parte se si chiama Dortoir ci sarà un motivo, riordino le idee, mangio qualcosa e finalmente 50' di sonno profondo, dormo decisamente bene sapendo che qualcuno di cui mi fido mi può svegliare. Claudio ti sveglia ti dice "è ora", apri gli occhi e ti chiedi il significato della frase "è ora" per uno che nei 3 giorni ha fatto due pause da 50' poi non ti fai domande e riparti. Un pò di casini con la traccia GPS dopo il Dortoir che ti costringono ad accendere anche il telefono per controllare la traccia con l'App, è allora cominciano ad arrivare notifiche FB e WhatsApp, non le leggi ma ti ripeti che se qualcuno si prende la briga di seguirti forse è il caso di darti una mossa. Riparti deciso e ritrovi Javi , è uno di quei compagni di gara che vorresti sempre trovare , si chiacchiera con un mix inglese e spagnolo, si scherza facendo comunque gara e la lealtà traspare nel suo modo di fare , è decisamente di un alto livello ma decisamente condizionato da un bronchite da un paio di giorni. Rifugio Retempio, un paio di colli Col Pousseil e Col Liet e finalmente il rifugio Bonze, scherzo col rifugista Gianni che mi prepara un tagliere di salumi, non è periodo di nouvelle cousine ingurgito un pò di tutto senza una sequenza predefinita e riparto per la lunga discesa per Donnas mentre Juste decide di prenderla non più calma.

Entro alla base vita di Donnas, solito caldo infernale, Claudio ha preparato tutto, servizio top runner che quasi sono intimorito, un paio di minuti per una doccia, sto già mangiando e poi da vero amico mi butta fuori, non vorrei ma i km da fare sono ancora molti. Da Donnas a Gressoney il percorso in parte si sovrappone a quello del TOR, naturalmente fatta eccezione per le varianti. Per la serie agonisti fino al midollo, visto che è periodo di more, lungo i rovi dei muri a secco ne approfitto per raccoglierne qualcuna e poi anche un paio di mele, funghi non ne trovo ma Claudio mi aveva proibito di mettere altra roba nello zaino e quindi non mi preoccupo. Metto la testa bassa e comincio e ravanare fino a Sassa, è sempre stata la parte che del percorso TOR meno gradita, poi a traccia va verso il col Giassit attraverso qualche malga (ps.. i cani dei malghesi non gradiscono la mia presenza) prima di iniziare la parte finale attrezzata con una buona parte in cresta che porterà al Coda.  Sulla carta tutto semplice, ma complice la notte e qualche chiodo di fissaggio corda sganciato l'attenzione necessaria è elevata, così quando inizio il tratto attrezzato ho decisamente sonno ma l'adrenalina necessaria risolve il rischio di assopirsi.

La vista del rifugio Coda è liberatoria, entro mangio qualcosa e chiedo di chiamarmi dopo 35 minuti, non so se siano sufficienti ma ci provo visto che da lì fino a Niel il percorso è semplice basta seguire le balise, semplice se non avessi sonno ... mi fermo per i normali bisogni fisiologici ma quando mi giro sto riprendendo il sentiero al contrario, poi una illuminazione e ritrovo il senso corretto per seguire le balise fino a Niel (comunque lezione memorizzata ... se ti giri in senso antiorario di 45°, per ritrovare la retta via poi devi fare una rotazione oraria degli stessi gradi se non vuoi rischiare di invertire il senso di marcia ). A Niel ritrovo Claudio, riposo minimal prima di ripartire per la deviazione che porta al colle del Lasoney in un bel vallone, trovo anche il tempo di chiacchierare col malghese che è qui con il suo gregge di pecore, sono perfino così simpatico ai suoi cani che nemmeno mi mordono ( i cani sono anche belli e si fanno accarezzare ma oggi la qualità che più apprezzo è che non siano mordaci ) , lui mi chiede della gara e mi da alcune conferme sul percorso. Il sentiero in quota che porta al Lasoney è spettacolare, mi sento bene e mi rendo conto di non sapere nemmeno bene che giorno sia, quando arrivo al colle incontro Chiara e da qui con calma scendo fino a Gressoney.

Base vita di Gressoney, Claudio come al solito ha preparato tutto perchè qui è un punto cruciale sono già 287km o sono solo 287km resta il fatto che devo darmi una sistemata, cambio scarpe, cibo e riposo. Tutto secondo sequenza compreso il solito siparietto tra me e Claudio per ridurre i materiali, so che ha ragione lui e comincio a cedere su alcuni dei miei principi di autosufficienza. 

Mentre esco da Gressoney mi dico finalmente, l'ultima tratta poi rinsavisco e mi ricordo che "la tratta" sono sula carta 160 KM per 13000D+, parto rilassato per quanto puoi esserlo dormendo così poco e vado tranquillo fino a Batt, qui il GPS Garmin impazzisce decisamente e nel frattempo arriva Matt, anche il suo GPS da gli stessi segni di squilibrio ma con due GPS sballati è più facile. Si chiacchiera, quando mi capita di trovare sulle alpi italiane un atleta Sudafricano che abita nella zone delle montagne più alte del Sudafrica per scambiare quattro parole, mi dico. Arriviamo veloci al rifugio Sitten, qui vogliono riempirmi come a un pranzo nuziale (tagliata, patate, tiramisù, caffè ... tutto alla carte) ma decidiamo di fuggire verso la Bettolina, un momento di panico con la nebbia al passo poi trovo il percorso fino all'inizio della discesa nella ganda e da qui il primo deciso ammutinamento del ginocchio sx, continue fitte decido di lasciare Matt e procedo con calma, saranno 4 ore per arrivare a Resy al rifugio Ferraro, uno stillicidio , ti chiedi se sia colpa dell'età, dei 300KM e capisci l'avventura potrebbe finire , ti dici anche che era una delle opzioni ma non ti va proprio di accettarla.

Entro al Ferraro, vedo Claudio che capisce che col ginocchio così sono al limite decido di dormire 90 minuti, tanto continuare così sarebbe impossibile, la situazione è critica ma sono così stanco che mi addormento senza problemi, priorità vs preoccupazione 1-0. Mentre dormo penso di aver lasciato le preoccupazioni a Claudio che sicuramente non sa come farmi uscire facilmente da quella situazione, che dire sono quelle situazioni in cui i team si testano davvero. Mi risveglio decisamente riposato mi sembra di stare meglio e dopo colazione, un antinfiammatorio e un po’ di sana scaramanzia riparto, in testa mi balenano tante cose e le priorità sono perfino cambiate mi accontenterei anche di non essere finisher nel tempo massimo ma di riuscire a finire anche fuori gara il giro completo entro Domenica, la gara forse è passata in secondo piano , riparto comunque di buon umore visto che la salita al colle delle cime Bianche è una delle parti del percorso che preferisco, incrocio anche Sonia e Andrea che dicono che ho un buon passo ma non ne sono così convinto visto che li vedo correre mentre io devo accontentarmi di camminare. Sicuramente il ginocchio va meglio ma purtroppo il Duca degli Abruzzi passando per Plan Maison non è dietro l'angolo però con un po di sofferenza misto moderato ottimismo apro la porta del rifugio dove un bel piatto di pasta ed un dolce al cioccolato mi riconciliano decisamente con il mondo. Vorrei dormire ma decido per il rifugio Ugo Perucca, circa 16 km che mi avvicinano alla notte, la salita al rifugio con gli occhi dei camosci che fissano la mia frontale, qui una meritata cena e unora di stop per ricaricare le batterie visto che ormai l'encefalogramma è decisamente piatto.

Mi sveglio vorrei andare al bagno ma la toilette del rifugio è troppo distante, decido che si può rinviare lo stimolo e vado per il più agevole Col Valcornière e poi per il rifugio di Prarayer , qui trovo Claudio faccio colazione e riparto , l'idea è di ritrovarsi allo Champillon, in mezzo ci sta un po’ di serio ravanage D.O.C. Si litiga di nuovo col GPS in Val Pelline e di nuovo chiedo aiuto all'App del telefono così mi arrivano ancora un gran numero di notifiche e capisco che devo proprio andare avanti , non apro nessun messaggio o notifica WhatsApp o FB ma lo sento come una spinta positiva, mi dico forse è Alessandra che ha generato tutto questo casino social .... spengo il telefono, ritrovo la traccia e arrivo barcollante al Rifugio Crête Sèche, dove incredulo trovo Fausto e Giovanni in trasferta sui percorsi TOR.

Sono un uomo semplice, credo, chiedo due bibite gassate, 3 fette di torta e un caffè prima di andare a dormire con richiesta di sveglia dopo 15 minuti, entro in catalessi sulla branda prima di svegliarmi esattamente dopo 14' terrorizzato di non essere stato chiamato salto in piedi come una molla, vado in bagno e sento che mi stanno cercando, calma sono vivo e sono ancora nel rifugio. Saluto Fausto e Giovanni e vado verso Col di Mont Gelé, trovo la guida che mi fa vedere una mappa del ghiacciaio con qualche indicazione e mi consiglia di seguire in discesa gli ometti che delineano il percorso di discesa, più facile a dirsi che a farsi, paesaggio lunare e pietre taglienti fino al Bivacco Regondi dove mi concedo un pediluvio piedi cotti dal caldo delle pietre.

Comincio a pensare “fin qui ci sono arrivato”, poi rinsavisco e mi dico "non hai ancora fatto niente" ed infatti arrivare al rifugio Champillon sarà un inferno, il sentiero sarebbe decisamente corribile ma visto che non ne hai diventa solo calpestabile. si incrociano gli atleti del TOR, ed arrivo con Lelio al rifugio, sento i campanacci e vedo anche Fulvio Jeantet. 
Entro finalmente, Claudio capisce che sto meglio e vediamo di darci una mossa la scaletta è la solita, sistemazione piedi, alimentarsi e dormire. chiedo una pasta, ma pasta non è ancora pronta, comincio a spazientirmi, propongo di mangiarla anche leggermente al dente non è periodo di Master Chef per me, non me ne voglia il buon Cracco, ho solo urgenza di dormire, poi però quando arrivano delle fettuccine casarecce da manuale giustificano decisamente l’attesa, grazie. La rifugista è la stessa che all'una di notte abbiamo svegliato un mese fa con Marco peregrinando qui in zona e la disponibilità è la stessa di allora in cui prima avevamo chiesto solo un letto e poi almeno un tagliere ... quindi doppio grazie. 50 minuti tra le braccia di Morfeo, Claudio che mi dice è ora, lascio il rifugio e sono di nuovo in moto, salita allegra fino al col Champillon e discesa con le ultime luci a Ponteille Desot rifugio classico del TOR. 

Tutto semplice ora, vado in direzione St.Remy, stasera non ho nemmeno tempo per draghi, elefanti o altre allucinazioni di rito perchè poi inizia l'avvicinamento al Col Barasson Occidentale, con  la parte finale di pietraia con segnaletica nulla, traversone conclusivo della serie "io speriamo che me la cavo", e infine uscita a quattro zampe sotto i tralicci e pietraia di raccordo rigorosamente da maledire per arrivare la colle del S.Bernardo. 

Tiro un sospiro di sollievo quando leggo finalmente "Ospizio del Gran S.Bernardo", poi seguirà una serie di imprecazioni in linguaggio DOP Valtrumplino quando scopro che il punto di controllo previsto è stato sostituito con quello presso l'albergo Italia. Mi viene incontro Alessandra le racconto che ho visto luci che si accendevano e spegnevano sul confine, forse contrabbandieri di confine, lei non mi sembra convinta ma non vuole contraddirmi e mi asseconda. Qui sono tutti gentili ma non posso approfittare, decido con Claudio che è il caso di ripartire immediatamente.  

Mi dico che è ora di aumentare il ritmo nella tratta dal Colle del San Bernardo per arrivare al Frassati, ma di notte arrivarci non è così semplice, mi autoconvinco di non essere stanco metto giù la testa e cerco di fare del mio meglio che poi a questo punta della gara si chiama “passo tabella CAI”, Col di St.Rhemy poi Col des Ceingles e finalmente arrivo al Frassati ma il tempo trascorso sembra infinito. L'arrivo al Frassati anche al Tor mi ha sempre logorato e anche questo percorso non è stato da meno. Apro la porta del rifugio, Claudio e Alessandra mi aspettano, stupisco anche Claudio perché decido di alleggerire ulteriormente lo zaino ed esco immediatamente, la salita la Malatrà non mi ha mai pesato e non mi peserà nemmeno stasera, mi attacco ai fidi bastoni che stasera hanno il misticismo di una Excalibur prestata da Artù per il  trail , guardo l'orologio dopo le ultime corde e leggo 19' mi sembra incredibile. 
Finalmente inizia l'avvicinamento Courmayeur, scendo bene fino al ristoro dopo Malatrà prima del Bonatti, qui la guida vorrebbe farmi fare un percorso diverso rispetto alla traccia su cui dice di aver deviato anche gli altri concorrenti , non è d'accordo con l'organizzazione e tra vari disguidi mi fanno perdere 25 minuti, quando si chiariscono arriva anche un altro concorrente, una posizione buttata solo la magra consolazione dopo 6 giorni di essere più lucido dei controllori e di aver effettuato tutta la traccia completa fino a Courmayeur ... sbollisco la rabbia solo quando arrivo sulla Tete Tronche e penso solo a gustarmi la lunga discesa fino al Bertone e poi a  Courmayeur, e ora nemmeno le fitte al ginocchio riescono a rovinare il momento.

Quando entro a Courmayeur e salgo sulla pedana di arrivo mi rendo conto che non mi sembra di aver terminato niente, ormai camminare giorno e notte senza soluzione di continuità era la normalità, come era la normalità di scendere da un colle e salire su un altro, non serve alzare le braccia sotto questo arrivo, vedo Claudio supporto in questo viaggio e lo abbraccio, si questo serve. Arrivo 6°, ma quello che mi importa è avere completato un percorso in cui ho messo tante energie, quel percorso che quando tutto andava per il peggio mentre riposavo al rifugio Ferraro sognavo almeno di completarlo fuori tempo massimo. Quando realizzo che sono arrivato forse è solo quando mi siedo sulle panchine di pietra del Jardin de l’Ange con Marco e Claudio. 

Non ero così convinto quando sono partito per questo viaggio che sarei stato in grado di completarlo, i dubbi erano molti, la tecnicità del percorso, l'incognita della reazione del fisico ad un percorso così lungo, la inevitabile privazione del sonno e l'incognita meteo. Poi però qui è confluito tutto, la pazienza della mia famiglia che ha subito la mia logorroica preparazione negli ultimi mesi, le prove fatte con Marco sul percorso nei mesi scorsi, le dritte di Fausto per muovermi sui percorsi attrezzati, la voglia di continuare anche quando sei al 50% e le ginocchia chiederebbero tregua come negli altri TOR, un amico come Claudio di quelli che non ti dicono "se ti serve ci sono" ma che “ci sono senza se”. Naturalmente grazie a Alessandra, sia per aver aggiornato FB ma soprattutto per la sua presenza finale, lo ammetto non ho letto alcun messaggio in gara ma solo sentire le notifiche quando accendevo il telefono per ricontrollare la traccia è stato un ottimo stimolo.

Grazie a tutti gli amici Valdostani, ma specialmente a Sonia, Andrea, Fabio Cargnan, Claudio Herin che forse credevano più in me di quanto non credessi io e grazie a tutti i gestori dei rifugi ed alla loro disponibilità che non è mai mancata anche nelle ore notturne.     

Un percorso incredibile, un periplo da brivido ma soprattutto una esperienza totalizzante, non ho mai guardato l'orologio, spesso incosciente perfino del giorno della settimana, un solo rammarico di non aver avuto qualche ora in più per fermarmi nei rifugi, chiacchierare e godermi i panorami, è stata comunque gara vera forse più contro il tempo e contro i miei problemi che contro avversari con non percepivo come tali. La sensazione che si poteva certamente fare di meglio resta ma anche quella di aver comunque dato il massimo in questo severo contesto.

Nei titoli di coda non può mancare il ringraziamento per chi ha ideato il percorso, ha chi ha tirato il sasso, ha chi ha gettato il guanto di sfida, ma soprattutto a tutti quanti lo hanno raccolto decidendo di partecipare indipendentemente dal risultato e perfino dall’essere o meno finisher questa volta più che in altre valeva decisamente la pena di provarci.

Sensazione finale non quella di un viaggio ma di essere in un frullatore che ha mescolato sapientemente, come solo il caso sa fare sequenze di passi, salite e discese, colli e fondovalle, albe e tramonti, solo dalla cima della Tete Tronche, guardando Courmayeur e imprecando per il ginocchio ribelle, la sensazione che qualcosa stava finendo. 

Onestamente, ho fatto fatica anche io a ricordare e poi a leggere fino a questo punto ma ne avevo bisogno per non rischiare di scordare tutto ,  stasera ricordi vs sonno arretrato  1-0.

giovedì 29 agosto 2019

cambiamenti climatici - parte 1

GRANDE ARTICOLO: Stati e multinazionali agli occhi del ciclone!  Gli avvocati e la società civile chiedono il riconoscimento del crimine contro l'ambiente.

 La lavanda non paga più.  Maurice Feschet, 73 anni, una lavanda nella Drôme, ricorda il momento in cui una pianta poteva durare venti anni.  Da ora in poi, ci vogliono solo quattro anni a causa degli sconvolgimenti climatici.  "Un anno è l'estrema siccità, quindi inondazioni e gelate", afferma il produttore che ha rilevato, nel 1971, la fattoria di famiglia, situata a Grignan, nel sud del dipartimento, ereditata da suo padre e suo figlio.  nonno.
 "Per tre o quattro anni, abbiamo sorgenti calde e secche, con più di 30 ° C a maggio.  Se non piove in estate, è catastrofico.  E per proteggere le falde acquifere, non è possibile pompare in acqua.  Guardiamo morire le nostre piantagioni.  La nostra produzione è aumentata da 50 a 20 tonnellate in dieci anni ".  Grignan aveva 35 agricoltori, oggi ce ne sono otto.  E la ricerca è avviata per cambiare le piante.  "Alcuni vanno alla lavanda nel Maine-et-Loire o Milly-la-Forêt" sospira la lavanda.
 Avendo affidato la gestione della fattoria a suo figlio Renaud, Maurice riceve 980 euro di pensione e si prende il tempo per essere coinvolto nella lotta contro i cambiamenti climatici.  I Feschet sono tra le dieci famiglie che hanno presentato una denuncia contro il Parlamento e il Consiglio europeo il 24 maggio 2018. Tutte si considerano in pericolo a causa dei cambiamenti climatici e criticano i legislatori per aver concesso troppo  effetto serra.
 Per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di + 2 ° C, l'Europa deve ridurre le proprie emissioni di almeno il 55% entro il 2030 rispetto al livello del 1990.

 Famiglie che si sono lamentate
 Altrimenti, i loro diritti fondamentali, come il diritto alla vita, alla sicurezza, al diritto al lavoro o al godimento della proprietà, sono compromessi, sebbene affermati nella Carta dei diritti fondamentali del  Unione Europea  Conosciuta come "Caso climatico delle persone", questa azione legale è la prima.
 Apparso dinanzi al Tribunale dell'Unione europea, ha dichiarato la causa irricevibile l'8 maggio, ritenendo che "i ricorrenti non hanno alcun locus standi".  Ma le famiglie e i loro avvocati non vogliono fermarsi qui: una seconda battaglia si impegna in appello.  "Non ci lamentiamo di essere compensati, spiega Marcel Feschet.  Il fatto è che Grignan, potremmo vivere la lavanda per generazioni, perché non adesso?  Dobbiamo parlare del riscaldamento globale in modo da avere una coscienza collettiva e che è il comportamento di tutti che può cambiare.
 Queste dieci famiglie, che non si conoscono, sono supportate dalla ONG Climate Action Network Europe.  Numerose prove dimostrano che sono vittime del riscaldamento globale.  Un altro firmatario della denuncia, la famiglia Carvalho in Portogallo, ha perso le sue tre piantagioni di querce durante gli incendi boschivi dell'estate 2017, a causa di ricorrenti siccità nel paese.  Al largo della costa tedesca, su un'isola nel Mare del Nord, l'hotel e ristorante per famiglie Recktenwald è gravemente minacciato da erosione, tempeste e aumento del livello delle acque.
 In Romania, la famiglia Vlad, che alleva bestiame a 600 metri di altitudine nei Carpazi, ora deve guidarla a oltre 1.400 metri per beneficiare di sufficiente freschezza, erba e acqua.  L'elenco è ancora lungo ...
 Tante testimonianze documentate, minacce causate dal cambiamento climatico globale, di cui "sarebbero corresponsabili, a causa della loro inazione, le istituzioni europee", secondo i querelanti.  A livello globale, nell'ultimo decennio sono stati lanciati 1.307 reclami e rimedi climatici, secondo il Sabin Center for Climate Change Law della Columbia University di New York.
 Esortando l'Europa ad agire per tutti i cittadini del mondo, il caso del clima popolare sta rilanciando la nozione di "giustizia climatica" nata alle prime conferenze sul clima delle Nazioni Unite negli anni '90.  spetta ai paesi più ricchi che emettono la maggior parte dei gas a effetto serra adottare le misure più efficaci per ridurre le loro emissioni e riparare i danni causati dal loro inquinamento.

 L'inazione rende i morti
 Anche lo stato francese è sotto i riflettori, soprattutto da quando "Il caso del secolo" è scoppiato nel panorama dell'azione degli attivisti ambientali, il 17 dicembre 2018. Dieci giorni sono bastati per quattro associazioni: la nostra attività a tutti  , Greenpeace, la Fondazione per la natura e le persone e Oxfam - per raccogliere un milione di sostenitori online.  Basato sul diritto internazionale (Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici), paneuropeo (Convenzione europea sui diritti umani), europeo (pacchetto clima-energia, direttiva sull'uso delle energie rinnovabili) e nazionale  (Costituzione, legge sulla transizione energetica ...), queste ONG ritengono che "lo Stato ha l'obbligo legale di agire per limitare il riscaldamento globale a 1,5 ° C come previsto nell'accordo di Parigi da  COP21, al fine di proteggere i francesi dai rischi ".
 Le accuse sono serie: "l'inazione dello stato è morta", denuncia la loro precedente richiesta di risarcimento in una lettera inviata al Primo Ministro e a dieci ministri interessati dal cambiamento climatico.  C'è un elenco dei danni che comporteranno una richiesta di riparazione.  Innanzitutto "gli impatti dei cambiamenti climatici sulla salute e sulla sicurezza umana": l'esplosione di malattie allergiche (raggiunto il 30% della popolazione adulta), ondate di calore che causano fino a 15.000 morti (ondata di calore).  2003), inquinamento atmosferico responsabile di 48000 morti premature all'anno.  Lasciata insoddisfatta, la lettera aperta è stata trasformata il 14 marzo in una denuncia dinanzi al Tribunale amministrativo di Parigi.  Due mesi dopo, la petizione di "Il caso del secolo" aveva 2,2 milioni di firme, la petizione online più firmata della storia in Francia.
 Per queste ONG, gli stati non sono solo colpevoli di inazione, ma anche il loro sostegno a diverse società inquinanti li rende complici.  Nel suo libro A New Right for the Earth (The Threshold 2016), Valérie Cabanes, la fondatrice di "La nostra relazione a tutti" e il movimento End Ecocide on Earth, riporta una figura del Fondo monetario internazionale: nel 2015 5 300 miliardi  dollari di sussidi, l'equivalente di due PIL francesi, sono stati assegnati ai combustibili fossili nel mondo attraverso stati o banche.  Attaccare legalmente queste politiche significa quindi attaccare le politiche ecocide.
 Comprendi: perché il cambiamento climatico sta minacciando i diritti umani?

 Il percorso dell '"ecocidio"
 Sulle orme del biologo americano Arthur W. Galston (1920-2008), inventore del concetto nel 1970, Valérie Cabanes definisce l'ecocidio come "un danno grave a tutto o parte del sistema dei beni planetari e / o di un sistema ecologico.  della terra.  Questa formulazione riflette ciò che la cosiddetta teoria scientifica dei cosiddetti "confini planetari" dice dal 2009: la distruzione di un ambiente naturale in una parte del pianeta ha conseguenze drammatiche per l'intero ecosistema terrestre, e quindi per il  tutti gli umani che vivono lì.
 Ad esempio, una massiccia fuoriuscita di CO2 industriale in Europa è potenzialmente mortale per molti esseri viventi che vivono a migliaia di miglia di distanza.  Come nelle isole Figi, dove la famiglia Qaloibau ha perso il ristorante, la barca e la terra durante due cicloni nel 2010 e nel 2016. Questa famiglia fa ora parte del People's Climate Case.
 Già nel 2010, il giurista britannico Polly Higgins fece una campagna per l'integrazione dell'ecocidio come quinto crimine noto alla Corte penale internazionale (ICC), insieme a genocidio, crimini contro l'umanità, crimini di guerra e genocidio.  crimine di aggressione.  Invano, per ora, la CPI non ha mai focalizzato la sua attenzione sulle responsabilità economiche in gioco in gravi violazioni dei diritti umani.  Per quanto riguarda la Francia, ha appena seppellito la speranza di attaccare una società o uno stato per l'ecocidio.  Giovedì 2 maggio il Senato francese ha respinto un disegno di legge per introdurre questa criminalizzazione nel codice penale.
 In assenza di una chiara legislazione a livello internazionale e nazionale, le aziende che violano la legge ambientale e i diritti umani vengono raramente punite e le loro vittime fanno fatica ad essere ascoltate.  Pioniere in questo campo, il leader dell'Ogoni Ken Saro-Wiwa era comunque riuscito a dare un'eco internazionale alla sua lotta contro gli effetti dello sfruttamento petrolifero di Shell sul territorio della sua comunità in Nigeria.
 Dall'inizio degli anni '90, ha descritto come "genocidio" le gravi conseguenze dell'inquinamento sulla sua gente nel Delta del Niger.  Ma da allora, solo poche procedure civili sono state in grado di compensare le vittime che ora risiedono nel Regno Unito o negli Stati Uniti.  E non è stato fino a ventiquattro anni fa che un tribunale olandese si è finalmente dichiarato competente il 1 ° maggio per giudicare la possibile complicità di Shell nell'esecuzione di nove leader Ogoni, tra cui Ken Saro-Wiwa, da  la giunta nigeriana nel 1995.
 Le sue responsabilità nell'inquinamento illimitato dell'Ogoniland, al punto da renderlo inabitabile, non sono state tuttavia messe in discussione.  Per combattere la persistenza di questa impunità, le Nazioni Unite, negli ultimi quattro anni, hanno inviato un gruppo di lavoro per redigere un trattato che vincoli le multinazionali a rispettare i diritti umani e l'ambiente.  Questo gruppo terrà la sua quinta sessione annuale a Ginevra nell'ottobre 2019.

 Prima convinzione
 La battaglia della responsabilità dello stato aveva, da parte sua, vinto la sua prima vittoria.  Il 24 giugno 2015, un tribunale olandese ha condannato lo stato a ridurre le emissioni di gas serra del paese di almeno il 25% entro il 2020 rispetto al livello del 1990. Tale condanna ha fatto seguito a una denuncia presentata da  la ONG ambientale Urgenda, con sede ad Amsterdam, che coordina le denunce di 886 abitanti dei Paesi Bassi che si sono sentiti gravemente colpiti dalle conseguenze dei cambiamenti climatici.
 Questo paese è particolarmente soggetto al rischio di aumento delle acque.  Storicamente costruito su polder guadagnati sulle paludi o sulle onde, il suo territorio si trova per un terzo a livello del mare o inferiore;  tuttavia, il 50% della sua popolazione e il 70% del suo PIL sono concentrati in queste aree più inondabili.  In questo contesto, il tribunale distrettuale dell'Aja ha stabilito che un aumento prolungato delle emissioni di gas a effetto serra rappresenta un rischio vitale per la popolazione, che nel corso dei secoli ha subito inondazioni  migliaia di morti.
 Nell'ottobre 2018, la Corte d'appello dell'Aia ha confermato questa sentenza.  "Come decisione di primo grado nel 2015, la sentenza di appello del 2018 ci ha dato molte speranze", ha detto l'attivista ambientale Joos Ockels, 73 anni, uno degli 886 querelanti olandesi.  "Oggi, anche più di tre anni fa, è chiaro che il cambiamento climatico è la questione cruciale nella nostra vita e in quella dei nostri figli.  Non abbiamo più tempo di aspettare per agire, motivo per cui abbiamo attaccato il governo olandese in tribunale.  Siamo orgogliosi di questa vittoria e speriamo che questa decisione suoni il campanello d'allarme per i governi di tutto il mondo ".

 - Franck Petit per The Amnesty International Chronicle

martedì 27 agosto 2019

Perché i cani vivono meno delle persone (dal web)

Perché i cani vivono meno delle persone??

Ecco la risposta (da un bambino di 6 anni):

Essendo un veterinario, mi hanno chiamato per esaminare un cane irlandese di 13 anni chiamato Belker.
La famiglia del cane, Ron, sua moglie Lisa e il suo piccolo Shane, erano molto uniti a Belker e aspettavano un miracolo.
Ho esaminato Belker e ho scoperto che stava morendo di cancro. Ho detto alla famiglia che non potevo fare niente per Belker, e mi sono offerto di eseguire la procedura di eutanasia a casa sua.
Il giorno dopo, sentii la sensazione familiare nella mia gola quando Belker fu circondato dalla famiglia. Shane sembrava così tranquillo, accarezzando il cane per l'ultima volta, e mi chiedevo se avesse capito cosa stava succedendo. Tra pochi minuti Belker cadrà pacificamente dormendo per non svegliarsi mai. 😓

Il bambino sembrava accettare la transizione di Belker senza difficoltà. Ci sediamo per un momento chiedendoci perché lo sfortunato fatto che la vita dei cani sia più breve di quella degli esseri umani.
Shane, che aveva ascoltato attentamente, disse: ''So perché...''

Quello che ha detto dopo mi ha sorpreso: non ho mai sentito una spiegazione più confortante di questa!
Questo momento ha cambiato il mio modo di vedere la vita.
Ha detto: ''La gente viene al mondo per imparare a vivere una bella vita, come amare gli altri tutto il tempo ed essere una brava persona, giusto?''

"Beh, visto che i cani sono già nati sapendo come fare tutto questo, non devono restare a lungo come noi.''

La morale della storia è:

Se un cane fosse un insegnante, insegnerebbe cose come:

• Quando i tuoi cari torneranno a casa, corri sempre a salutare.
• Non lasciare mai passare la possibilità di andare a spasso;
• Fai esperienza dell'aria fresca e del vento;
• Corri, salta e gioca ogni giorno;
• Migliorate la vostra attenzione e lasciate che la gente vi tocchi;
• Evitate di "mordere" quando solo un "ringhio" sarebbe sufficiente;
• Nei giorni caldi, sdraiatevi sull'erba. 

E non dimenticare mai: "Quando qualcuno ha una brutta giornata, resta in silenzio, siediti vicino e dolcemente fai sentire che ci sei...
Questo è il segreto della felicità che i cani ci hanno insegnato ogni giorno.

🎶🌟💖❤️💛💚💙💜🌈

Dal web

venerdì 23 agosto 2019

La foresta Amazzonica sta bruciando

La foresta Amazzonica sta bruciando



L’agenzia di ricerca spaziale brasiliana ha registrato quest’anno un numero record di incendi nella foresta amazzonica.
Secondo i dati diffusi dal National Institute for Space Research (Inpe) brasiliano, infatti, quest’anno gli incendi che hanno interessato la foresta pluviale sono stati più di 74mila, l’83% in più rispetto a quelli registrati nel 2018.
Solo dallo scorso giovedì l’Inpe ha osservato più di 9500 incendi boschivi, il cui fumo è ben visibile dai satelliti della NASA.
Le fiamme stanno interessando soprattutto le aree boschive in Rondonia, Bolivia e Brasile: il fumo nero e denso trasportato dai venti ha raggiunto anche le città e oscurato completamente San Paolo per circa un’ora lo scorso lunedì.

Gli incendi nella foresta pluviale amazzonica sono aumentati dell'80% quest'anno. Secondo i dati satellitari rilasciati dall'agenzia di ricerca spaziale brasiliana.

Cos'è la foresta Amazzonica?

L'Amazzonia, nota anche come Foresta Amazzonica, è una foresta pluviale equatoriale nel Bacino dell'Amazzonia in Sudamerica
L'area conosciuta dell'Amazzonia supera i 7 milioni di k (circa 1,75 miliardi di acri), anche se la zona boschiva ne occupa circa 5,5 milioni. La foresta è situata per circa il 65% del territorio in Brasile, ma si estende anche in ColombiaPerùVenezuelaEcuadorBoliviaGuyanaSuriname e Guyana francese.
Si stima che nella regione vivano circa 2,5 milioni di specie di insetti, 3 000 specie di pesci, 1 294 specie di uccelli (si pensa che un quinto di tutti gli uccelli viva nella foresta amazzonica), 427 specie di mammiferi, 427 specie di anfibi e 378 specie di rettili e sono state classificate almeno 60 000 specie di piante. Gli scienziati hanno descritto fra le 96 669 e 128 843 specie d'invertebrati solo in Brasile.

Perché la Foresta Amazzonica è così importante per la terra?
Le foreste (proprio come i nostri polmoni assorbono l’anidride carbonica presente nel sangue e vi infondono ossigeno), le piante verdi assorbono l’anidride carbonica durante la fotosintesi e, in cambio, rilasciano ossigeno nell’atmosfera. 
le foreste: i polmoni della terra.

I polmoni della Terra; questo è appellativo usato per definire le foreste e soprattutto per riferirsi alle foreste pluviali dell'Amazzonia, le più grandi foreste tropicali esistenti al mondo.

anche dal satellite si vede il fumo degli incendi

Pensiero...
Quando è andata a fuoco la Cattedrale di Notre Dame tutto il mondo si è mobilitato per fare a gara pur di contribuire a ristrutturare il monumento, Stati, miliardari, ecc.

Ora sta accadendo qualcosa di MOLTO, più grave. 
L'Amazzonia brucia. Il più grande polmone del nostro pianeta sta bruciando da tre settimane e a tempo di record (la dimensione di 3 campi di calcio OGNI MINUTO). 

Evidentemente però media, giornali e miliardari hanno altro a cui pensare perché praticamente nessuno ne sta parlando, 
soprattutto in Italia. 

Meritiamo di vivere su questo pianeta?




-'-'-''-'-'-'-'-'-'-'-'-'-'-



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di Massimo Gramellini | 23 agosto 2019 - BolsoNerone - 
La foresta amazzonica sta andando a fuoco, a ritmi che non sarebbero troppo dispiaciuti a Nerone. Gli ecologisti danno la colpa a Bolsonaro, il presidente brasileiro al cui confronto Trump sembra il nonno di Greta Thunberg. Bolsonaro, che nutre per l’ambiente gli stessi scrupoli di Renzi per il Pd, ha avviato un disboscamento intensivo del polmone verde del pianeta. A chi gli faceva notare che l’Amazzonia appartiene al mondo, ha risposto che non era vero: appartiene al Brasile, che appartiene a lui, ergo può farne quel che gli pare. Questo sì che è parlare da sovranista. Ma è un parlare che non tiene conto di alcuni effetti collaterali. Può darsi che la foresta amazzonica non stia bruciando perché Bolsonaro le ha messo le mani addosso, ma perché sono state le perfide Ong ad appiccare il fuoco per screditarlo: lo sostiene un testimone obiettivo, Bolsonaro, e c’è chi giura di avere visto la capitana Carola aggirarsi in zona con un accendino. Ma, chiunque sia stato, è qualcuno che tratta l’Amazzonia come se fosse roba sua, mentre le conseguenze di quanto le succede riguardano tutti. 

In questa smania collettiva di rimettere dazi e confini, ci si dimentica che l’aria non è tassabile né recintabile. 
Se brucia una centrale nucleare a Chernobyl, la respiriamo anche noi. 
Se l’Amazzonia si restringe, non pioverà acido solo sulla nuca di Bolsonaro, ma anche sulla mia. 
Rivendico l’urgenza di un governo mondiale che abbia come principale punto all’ordine del giorno la tutela della mia nuca.
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E per non dimenticare:
 🔥 Le Isole Canarie stanno bruciando
 🔥 La California sta bruciando
 🔥 L'Oregon sta bruciando
 🔥 Washington sta bruciando
 🔥 La Columbia sta bruciando
 🔥 L’Alberta sta bruciando
 🔥 Il Montana sta bruciando
 🔥 La Nuova Scozia sta bruciando
 🔥 La Grecia sta bruciando
 🔥 Il Brasile sta bruciando
 🔥 Il Portogallo sta bruciando
 🔥 L'Algeria sta bruciando
 🔥 La Siberia sta bruciando
 🔥 L’Amazzonia sta bruciando

 ExTexas è sott'acqua

 ⛈ India, Pakistan e Nepal con enormi monsoni sono sott'acqua

 ⛈ Sierra Leone e Nigeria con enormi inondazioni sott'acqua

 🌞Italia, Francia, Spagna, Svizzera, Ungheria, Polonia, Romania, Bosnia, Croazia e Serbia sono attaccate da un'ondata di caldo impressionante

 🌞 California meridionale sotto ondata di caldo infernale

 “Solitamente ad agosto, la città di San Francisco ha raggiunto i record di 106 gradi, quando ora raggiunge i 115 gradi Fahrenheit.  Mentre la Carolina del Nord cucina ancora all'inferno

 ((🌎)) Il vulcano Yellowstone registra 2.300 movimenti da giugno

 ((🌎)) Il tremore di 5.3 colpisce l'Idaho

 ((🌎)) Terremoto in Giappone 6.1 con Tsunami Warning

 ((🌎)) Tremore del Messico 8.2 con avvertimento sullo Tsunami

 ((🌎)) Tremore in Messico del 7.1

 ((🌎)) Tremore in Cile del 5.0

 ((🔥)) Russia: Esplosione Nucleare 

 🌊 Hurricanes Harvey, Irma (il più grande mai registrato), Jose e Katia stanno spazzando l'Atlantico

 Per terminare un livello di brillamento solare X10 C.M.E.  Il più alto mai registrato

Pensi ancora che non stia succedendo nulla?

Fonti: Foto e spunti presi da internet.